QATAR, LIBIA E IRAN. IL CAMPO DEI DIRITTI UMANI È IL CAMPOSANTO DELL’IPOCRISIA

di Alessandro Robecchi

Dei diritti umani non si butta niente. Sacchi di soldi, vacanze da sogno, padri (quello della ex vicepresidente del Parlamento Europeo greca Eva Kaili) che se ne vanno alla chetichella con il trolley pieno di contanti, stati del Golfo che cacciano il grano per avere “buona stampa”, ex sindacalisti come Antonio Panzeri col malloppo in casa. Siccome succede in Belgio, ancora non si è alzato nessuno a gridare alla giustizia a orologeria, ai manettari giustizialisti, eccetera eccetera, esistono posti dove la legge è ancora uguale per tutti. Intanto, si gioca a pallone con l’aria condizionata proprio laggiù, in Qatar. Intanto, si mette su una finta indignazione che si ammorbidisce o si irrigidisce a seconda dei momenti: va a manetta se c’è lo scandalo, però vediamo la partita, però che cattivi, però che bravi… aggiungere a piacere.

Dei lavoratori morti a migliaia per costruire gli stadi in Qatar hanno parlato in pochi, e del resto soltanto qualche mese fa un senatore italiano andava in uno degli stati del Golfo, l’Arabia Saudita, a invidiare il locale costo del lavoro (la semi-schiavitù) debitamente retribuito – ma con regolare fattura – per le sue consulenze. Tutto legale, per carità, l’etica si paga a parte.

Il campo dei diritti umani è, insomma, il camposanto della più fervida ipocrisia, della morale elastica, doppia, tripla, quadrupla.

Se si volta pagina, dopo le cronache di quelli che pigliavano soldi per dire bravo al Qatar, troviamo i torturati della nave Humanity 1, arrivata a Bari col suo carico di umani senza diritti, molti torturati, le donne violentate, mutilate, i segni delle sevizie ricevute in Libia. Si sa, si legge, lo dice il telegiornale, così come dice che noi con la Libia abbiamo accordi – chiedere a Minniti – gli regaliamo motovedette con cui questi torturati qui, se li intercettavano, li riportavano indietro per torturarli di nuovo.

Sembra di sognare: c’è un’indignazione quasi di prammatica, obbligatoria (gente che fugge da quelli che persino il papa chiama “lager”), e poi la serena consapevolezza, che noi – noi Italia – quei lager li finanziamo. Una specie di alternanza emotiva: sì, certo, li torturano. Ma anche: sì, certo, i torturatori sono nostri amici, li finanziamo.

Schizofrenia di alta scuola, strabismo prodigioso: ci spiace per le vittime (forse) ma i nostri governi sostengono i carnefici (sicuro).
Ovvia, scontata, sacrosantissima, la solidarietà al popolo iraniano in rivolta, alle donne, prima di tutto, perché si parla di loro e dei loro corpi e dei loro capelli. E su questo c’è una commovente unanimità. Balzano in prima pagina le schifezze del regime, ci si strabilia per la stupefacente punizione all’atleta Elnaz Rekabi, campionessa di climbing “colpevole” di aver gareggiato alle olimpiadi senza velo: il regime le ha raso al suolo la casa, che infamia. Prassi che da decenni usa l’esercito israeliano nei confronti dei palestinesi, anche soltanto sospettati, senza che nessuno meni scandalo per questo, o anche soltanto lo scriva. Sacrilegio. Come si diceva, doppia morale, tripla, quadrupla. Si vede che i diritti umani dipendono anche dalla latitudine.

Tutti siamo a fianco del popolo iraniano in piazza, ma il rapporto annuale di Human Right Monitorsull’Iran dice che le armi che sparano sui manifestanti sono (anche) italiane, precisamente fucili Benelli M2 e M4, e ci sono sospetti anche su cartucce a pallini Cheddite made in Livorno. Chissà, forse con la solidarietà agli iraniani in rivolta si può fare qualcosa di meglio.

Pubblicato in Il Fatto Quotidiano

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