di Alessandro Gilioli.

Se si ragiona a mente fredda si capisce che quanto accaduto non avvicina bensì allontana l'ipotesi di un governo Lega-M5S.

Salvini infatti non ha voluto rompere con Berlusconi (buttate via i quotidiani di stamattina) e al Senato va una pasdaran di Silvio.

Probabilmente il capo della Lega ha fatto dei calcoli: con 170 senatori (Lega più M5S) si fa sì un presidente del Senato al ballottaggio, ma poi è difficilissimo fare un governo.

170 vuol dire meno di 10 voti di maggioranza, tenendo conto che ci sono anche i sei senatori a vita (tutti contrari). Una maggioranza debolissima.

Quindi rompere con B. avrebbe significato non solo andare a trattare con Di Maio in una condizione di forte subalternità numerica (come capo solo della Lega ha 100 deputati in meno e 50 senatori in meno) ma anche consegnarsi a una maggioranza fragile e pertanto al forte rischio di una legislatura breve (che i neoeletti non vogliono).

Se Salvini avesse avuto il coraggio di rompere con B., ciò avrebbe significato che correva questi rischi; il fatto che non abbia voluto rompere significa il contrario.

Resta tuttavia abbastanza oscuro quali ipotesi diverse si possano intravedere, almeno finché il Pd continua nel suo isolazionismo di bandiera (d'altro canto oggi come oggi chi volesse trattare con il Pd nemmeno saprebbe a chi telefonare: a Renzi? a Martina? a Franceschini? O direttamente a Mattarella?).

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