Il Pd umbro, stavolta, ha davvero rischiato come Gagarin. Al pari di quella del primo astronauta, la sua impresa si è alfine conclusa con un successo, che è stato però sofferto come la conquista dello spazio. Quanta paura! Le prime proiezioni, il testa a testa notturno hanno conferito all’esito del voto umbro una suspence,che si ha un bel dire era prevista, ma che è mancata nelle altre Regioni. Ma, per dirla tutta, anche il risultato finale se non una sconfitta, prefigura non c’è dubbio, una vittoria piccola piccola, la quale, più che ai festeggiamenti o insieme ai festeggiamenti, dovrebbe indurre ad una immediata e impegnata riflessione autocritica.

Per la verità una discussione dovrebbe aprirla l’intero Pd di Renzi. Il test più sovrapponibile e significativo per la politica italiana era, senza dubbio, quello della Liguria. Raffaella Paita (insieme alla veneta Moretti, altra perdente) era sicuramente la più “renziana” tra i candidati Pd, non soltanto per se stessa, ma anche per la modalità con la quale era stata imposta (la rottamazione, con discusse primarie, di un dirigente del vecchio corso). Contemporaneamente era il banco di prova per l’ambizione di costruire una sinistra esterna e competitiva col Pd e, sull’altro versante,per le velleità di una destra riunificata “sotto” un candidato “attendibile”.

Si sa come è finita. Lo staff renziano ha messo sotto accusa lo “scissionismo” della sinistra. E’ probabile che la divisione del centro sinistra abbia inciso. E’ però anche immaginabile che la lista a sinistra del Pd abbia prevalentemente attinto ad un elettorato altrimenti “astensionista” e che lo stesso Pd si sia dimostrato incapace (probabilmente per la debolezza del candidato e la analogia dei programmi) di attingere in maniera più significativa della destra a un elettorato che è oggi per la maggior parte contenuto nello lo stesso bacino.

In questo ambito meritano uno sguardo anche altre regioni: in Campania vince De Luca, non il Pd e, in Toscana, vince un uomo politico dichiaratamente autonomo dal nuovo corso democratico. Insomma dire che, dopo questo voto, per Renzi e per la situazione politica generale del Paese tutto proseguirà come prima, è una affermazione forse valida a fini propagandistici e consolatori, ma di sicuro lontana dalla verità.

 Ma, per tornare all’Umbria, essa si trasforma da parzialmente o localmente, a interamente contendibile. Non è così per regioni con tradizioni e realtà analoghe, come la Toscana e le Marche, Perché? Probabilmente perché il centro destra è riuscito stavolta a presentarsi come una alternativa reale al governo della sinistra.Lo ha fatto, paradossalmente nel momento della quasi scomparsa di Forza Italia, principalmente, per effetto di un candidato credibile, con la fama, in un’epoca di analogia dei programmi, di buon amministratore e un’immagine di indipendenza dai partiti che lo sostenevano. Fino a qualche anno fa questo non sarebbe comunque accaduto ed anche ora, come fu a Perugia, più che dei meriti del centro destra è forse giusto parlare dei demeriti del centrosinistra e segnatamente del Pd.La stanchezza, l’insofferenza e la protesta verso le modalità e i contenuti del suo governo che si erano manifestati nei Comuni, hanno decisamente assunto una dimensione regionale.

Come cercherà il Pd di cavarsi di impaccio da una situazione che lo sta portando (chi si ricorda le percentuali del 65% dei voti di non moti anni fa?) sempre più giù? Il compromesso tra il modernismo renziano e i vecchi sistemi di potere, espresso plasticamente dall’elenco degli eletti al Consiglio regionale, ha mostrato i suoi limiti. Per altro verso l’idea di un Umbria smart delle professioni e dell’impresa liberata dal vincolo dei diritti dei lavoratori e di un liberismo commerciale che segue le mode, che accomuna sostanzialmente il Pd e il centro destra, ha poca attinenza con la realtà di una regione in crisi e la sua acuta sofferenza sociale e, forse, spiega anche la drammatica nuova caduta del numero dei votanti. Riallacciare i rapporti con questa realtà e abbandonare vecchie pratiche di governo potrebbero esser il modo per ristabilire la distanze elettorali tra sinistra e destra. Ma è una strada che sarà seguita?

Leonardo Caponi

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