di Umberto Marini

Al prefetto di Perugia Antonio Reppucci non era bastato, nel corso di una conferenza stampa, uscirsene con la dichiarazione superficiale, avventata ed inaccettabile “una mamma che non si accorge che il figlio si droga è fallita e si deve suicidare” con il subdolo scopo di scaricarsi di dosso responsabilità a suo carico sul dilagare del commercio e consumo di sostanze psicotrope che si riscontrano dalle nostre parti. Che poi è un problema diffuso in tutte le città  italiane a cominciare dalla sua Napoli dove si uccide anche assai frequentemente per gestire questo sporco commercio.

Probabilmente al signor prefetto sfugge, cosa gravissima, che vigilare, lottare e reprimere il fenomeno della inquietante circolazione indisturbata di droga e la criminalità che agisce alle sue spalle è uno dei compiti principali delle autorità territoriali dello Stato, Prefettura e Questura in primis. E qui un attento “servitore dello Stato”, in più, cattolico e praticante come si definisce, avrebbe dovuto agire con maggior solerzia e costante presenza anche perché, a sua detta “l’Umbria è un crocevia del narcotraffico nazionale”. E allora?

Sostenere con rabbiosa ed incontrollata veemenza che siano le famiglie e particolarmente le  mamme  responsabili del propagarsi di tale fenomeno è affermazione decisamente ingiustificata, banale oltre che una discriminazione di genere.

La rimozione dall’incarico annunciata dal ministro Alfano “il prefetto di Perugia non può restare né lì né altrove” non ha placato i di lui “bollenti spiriti”. Anzi. Tanto che se l’è presa pure con la stampa che ha dato troppo risalto alle sue parole “estrapolate dal contesto in quanto non ho detto questo. Sono state prese frasi che hanno portato ad un colossale fraintendimento. Io so come si fa il vostro mestiere, me ne intendo di comunicazione. Si taglia e si incolla ad arte. Avete preso qualche parola e ricostruito un pensiero che non è il mio”. In queste dichiarazioni “dimentica” che il suo improvvido intervento di oltre un ora è stato ripreso integralmente dalle telecamere per far poi il giro del web, scatenando immediatamente le sacrosante reazioni  di Renzi e di Alfano, costringendo il ministro ha prendere la decisione di sollevarlo dall’incarico.

Tuttavia l’”imbarazzo” dell’ex prefetto non si è limitato solo a questo.

Come riferisce “La Nazione” a pagina 5 dell’edizione odierna, il dott. Reppucci si è lasciato andare ad una gratuita affermazione di pesante dileggio nei confronti dei cittadini della nostra regione “Gli umbri a mio avviso tendono a nascondere le cose, sono ipocriti. Io ho girato l’Italia e ho notato che gli umbri sono il popolo più ipocrita ed affetto da falso puritanesimo nella graduatoria italiana. Personalmente mi sono fatto questa idea. Lo dico perché nessuno ti viene a dire le cose in faccia. Molti parlano dietro le spalle. Preferirei che mi si guardasse in faccia e la gente mi dicesse: Istituzioni fate schifo, rubate lo stipendio, fate così. Se ce lo dicessero, ci aiuterebbero a migliorare”.

Bé, questa sull’ipocrisia del popolo umbro se la poteva risparmiare. E magari se avesse vigilato un po’ più accortamente ed evitato di dar voce a parole in libertà, sarebbe ancora ben saldo nel suo sfarzoso studio di Piazza Italia da dove avrebbe ancora la possibilità di conoscere meglio gli Umbri, la loro storia, la loro civiltà ed il tempo per ricredersi di un falso pregiudizio che purtroppo va a “macchiare” una carriera che l’ex prefetto tiene a sottolineare “di onorato servizio avendo dedicato la mia vita per lo Stato, per colpa di una frase controversa”. La verità, non è nella frase incriminata per nulla sibillina e opinabile. La locuzione del “servitore dello Stato” è stata chiarissima e lontana da ogni ambiguità, ma una autentica “strunzata”, aggettivo a lui tanto caro e di uso comune.

Come il dottor Reppucci ha modo di constatare, gli Umbri non sparlano alle spalle e non si nascondono dietro un dito. Tanto che quando scrivono lo fanno sempre mettendoci la faccia, come in questo caso, firmandosi con nome e cognome.

Non vorremmo che questo censurabile ed increscioso episodio dia la stura al Presidente del Consiglio a mettere mano anche alla “rottamazione” delle Prefetture, che già Luigi Einaudi voleva abolire nel suo settennato da Presidente della Repubblica e che neppure vedeva di buon occhio, ritenendole detriti marci dell’antica “prefettocrazia”, il grande meridionalista Gaetano Salvemini che, uscito dal Psi, fu il fondatore e direttore del settimanale l’“l’Unità”, prima dell’avvento del fascismo.

Condividi