di Susy Matrisciano 

Cosa vuol dire “lavoro povero” e chi sono i cosiddetti “working poor”? Vuol dire che oggi in Italia, secondo quanto attestato dai dati Inps, 4,3 milioni i rapporti di lavoro, su 14 milioni quindi il 28%, prevedono un salario al di sotto dei 9 euro lordi; parliamo di lavoratori e lavoratrici che sono costretti, nonostante percepiscano una busta paga, a richiedere il reddito di cittadinanza (a gennaio 2021 erano circa 365.436) perché il loro reddito li colloca al di sotto della soglia di povertà relativa. Nell’ultimo decennio i lavoratori poveri sono aumentati del 12%.

Con questa realtà il governo e tutto l’arco parlamentare devono confrontarsi, senza nascondersi dietro false scuse o vuoti slogan che poco servono a chi ogni giorno si reca al lavoro, impegnandosi faticosamente, ma alla fine del mese si ritrova a dover fare i conti e a scegliere se rimandare il pagamento di una bolletta per acquistare un paio di scarpe per i propri figli. Ed è proprio in queste realtà che si perpetra la violazione dell’art. 36 che stabilisce che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

In queste parole è chiusa l’essenza della proposta di legge sul Salario Minimo di cui mi pregio di essere stata seconda firmataria e relatrice nella XVIII Legislatura.

Quando parliamo di salario minimo dobbiamo tenere sempre a mente i principi di proporzionalità e sufficienza delle retribuzioni correlati ad un concetto fondamentale che lega da sempre l’uomo e il lavoro: la dignità. Per questo motivo all’interno della proposta di legge sul salario minimo a prima firma Catalfo viene inserita una soglia che abbiamo definito “soglia di dignità”, una sorta di “soglia-test” di quell’adeguatezza che rappresenterebbe una vera e propria spinta verso l’alto del minimo salariale.

Nel nostro Paese abbiamo di circa 2.596.201 lavoratori “sotto soglia” se si considera un salario minimo tabellare e un importo pari a 8 euro e il settore maggiormente interessato è quello dei servizi. Questi ultimi dati sono relativi al 2019 e rischiano di peggiorare notevolmente a causa della situazione post pandemica, aggravata dal quadro economico dovuto alle ripercussioni della guerra in Ucraina.

Secondo il Censis, invece, ben 5,7 mln di giovani rischiano di avere nel 2050 pensioni sotto la soglia di povertà, da qui deriva un’altra importante ragione per procedere subito con l’istituzione di un salario minimo: una paga dignitosa oggi significa avere una pensione adeguata domani, soprattutto in un mercato del lavoro nel quale i nostri giovani in età avanzata rispetto al passato. Non da ultima la stagnazione dei salari che fa sì che i nostri lavoratori guadagnino meno di 30anni fa con una perdita del potere di acquisto pari al 2,9%.

Se guardiamo ai minimi salariali fissati nei cosiddetti contratti leader, ci sono alcuni ccnl che non sembrano offrire salari “adeguati” e “sufficienti” secondo quelle che sono le disposizioni costituzionali e gli indicatori internazionali. Ad esempio nel ccnl del turismo il trattamento minimo salariale è di 7,48 euro, nelle cooperative dei servizi socio assistenziali è di 7,18, per non parlare del ccnl imprese di pulizie e servizi integrati che è di 6,52 e non viene rinnovato da 7 anni. Uno sguardo in particolare va al ccnl della vigilanza e dei servizi fiduciari che prevede un minimo salariale di 4,60 per i servizi fiduciari e poco più di 6 euro per la vigilanza privata.

Anche l’approccio alla Direttiva Europea sull’adeguamento dei salari nei Paesi Ue è stato quello di proporre l’introduzione di una “soglia-test” di dignità e adeguatezza perché penso che il salario minimo europeo sia una misura di giustizia sociale. Ricordiamo che in ventuno Stati membri dell’Unione sono stabiliti i salari minimi legali, mentre in sei Stati membri, tra cui l’Italia, la determinazione dei salari è affidata alla contrattazione collettiva.

Tuttavia, a mio avviso la proposta di Direttiva doveva essere meglio calibrata sotto alcuni specifici aspetti, in particolare precisando che la contrattazione collettiva cui si fa riferimento debba essere quella determinata dalla partecipazione delle organizzazioni datoriali e dei lavoratori maggiormente rappresentative, attraverso un’apposita normativa per la misurazione della rappresentanza datoriale e sindacale, per contrastare il cosiddetto fenomeno dei “contratti pirata”.

Sono fermamente convinta che negli Stati in cui vige la determinazione dei salari per il tramite della contrattazione collettiva, debba essere assicurata comunque a tutti i lavoratori l’applicazione di un contratto collettivo di settore idoneo a garantire una retribuzione dignitosa, lasciando agli Stati membri la discrezionalità nella fissazione dei parametri di adeguatezza a cui la contrattazione dovrà conformarsi.

Ma come si potrebbe realizzare tutto ciò? Nella nostra relazione discussa e votata in Senato ci siamo focalizzati su 3 punti in particolare:
1. favorire l’introduzione di una soglia minima inderogabile. Da ciò deriverebbe peraltro un rafforzamento dei contratti collettivi, in quanto la soglia opererebbe solo sulle clausole relative ai salari “minimi” – ove inferiori alla soglia individuata – lasciando al contratto collettivo la regolazione delle altre voci retributive.

2. Sostenere l’aumento del costo del lavoro introducendo nei programmi europei strumenti di sostegno per le imprese in modo da agevolare gli Stati Membri nel recepimento della Direttiva.

3. Tutelare il salario minimo e l’effettiva applicazione della disciplina attraverso il rafforzamento dei controlli e delle ispezioni sul campo effettuate dai soggetti istituzionali deputati ai compiti di vigilanza circa l’applicazione dei salari minimi legali.

E’ sulla base di questi principi che ho sottoscritto il ddl Catalfo, che valorizza i contratti collettivi nazionali di lavoro cosiddetti ‘leader’, definisce specifici criteri atti a pesare il grado di rappresentatività sia delle organizzazioni sindacali che di quelle datoriali, introduce una soglia minima inderogabile fissata a 9 euro, in linea con i parametri di adeguatezza individuati dalla Commissione o dalla proposta di direttiva europea.

Introduce inoltre una commissione tripartita formata dalle parti sociali maggiormente rappresentative col compito di aggiornare l’osservanza del trattamento economico proporzionato e sufficiente così da garantire ai lavoratori una giusta retribuzione; prevede, poi, agevolazioni, fondamentali per arginare gli effetti della crisi, per i datori di lavoro come la detassazione della parte di salario aggiuntivo dovuto al rinnovo contrattuale o all’applicazione del salario minimo.

La garanzia di una retribuzione dignitosa e adeguata per tutti i lavoratori favorirebbe senz’altro la realizzazione di un mercato del lavoro più inclusivo, più equo e paritario, abbattendo le disuguaglianze, anche i termini di gender pay gap; favorirebbe inoltre una propensione ai consumi e risorse riversate nell’economia. Mi auguro pertanto che in Parlamento si possa concludere l’iter del salario minimo prima del termine della legislatura a tutela della dignità del lavoro e dei lavoratori e per dare finalmente attuazione agli articoli 36 e 39 della nostra amata Costituzione.

Fote: Blog Il Fatto Quotidiano

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