di Quinto Sertorio

"La smodata cupidigia di quest'uomo avidissimo, che gli ha procurato una smisurata ricchezza, sarà dunque servita a garantirgli l'immunità? Voi sapete che non c'è santità che il denaro non riesca a violare, non c'è fortezza che non possa espugnare".
Un imputato eccellente e intoccabile che tenta prima di far slittare il processo con ogni mezzo e poi di sottrarsi al giudizio con tutti gli artifici possibili. Un senatore di Roma dedito ad ogni sorta di ruberie, che compra testimoni falsi e prezzolati, che corrompe abitualmente funzionari dello Stato, magistrati, che nomina giudici il suo avvocato, il suo medico personale il suo indovino
Un legislatore che non esita ad emanare per suo tornaconto una serie di decreti 'ad personam'. Un accusato potente che, forte di una rete di amici e di vomplici influenti, è solito investire all'estero i suoi capitali e che ormai prossimo alla sentenza di condanna, fugge con il suo patrimonio in un 'paradiso fiscale' dell'epoca, a Marsiglia.
Sembra cronaca dei nostri giorni. E invece no. 'Processo per corruzione' ricostruisce fedelmente-e con sorprendente analogia con le nostre cronache giudiziarie-un dibattimento che ebbe luogo a Foro di Roma nel 70 avanti Cristo.
L' imputato-Gaio Licino Verre- era stato governatore della Sicilia, un amministratore rapace, cinico e potente.E la parte civile, a difesa dei diritti dei siciliani depredati, era affidata a un giovane avvocato avviato a una brillante carriera politica, Marco Tullio Cicerone.
Curiosamente e drammaticamente, parecchi anni dopo la fine del processo, nel 43 a.C., Verre e Cicerone ebbero una fine comune a causa dello stesso nemico: Marco Antonio.
 

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