di Mario Capanna.

Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch’io un terrorista.
(G.Andreotti)

“Considero miei fratelli sia gli israeliani sia i palestinesi. Ma quando un fratello opprime l’altro, è dalla parte della vittima che bisogna stare”. Mi sono sempre attenuto a questo principio nel mio pluridecennale sostegno – nel Parlamento europeo, in quello nazionale e fuori – al popolo palestinese e per una giusta soluzione del conflitto fra israeliani e arabi.
Quanto sta avvenendo in Medioriente è drammatico, non solo per le vittime di ambedue le parti. Lo è anche, e per certi versi soprattutto, perché Israele e l’Occidente si rifiutano di riconoscere la verità dei fatti.
1) E’ vero o no che Israele ha il record mondiale di violazione delle risoluzioni dell’Onu? Non solo non ha mai ricevuto sanzioni, ma ha goduto sin dall’inizio di ogni appoggio, economico, finanziario, militare.
2) E’ vero o no che il terrorismo dall’alto incentiva il terrorismo dal basso e questo, a sua volta, alimenta quello, in una spirale infinita? Sostengo da tempo, nei miei scritti, questa tesi e le vicende mediorientali ne sono lampante conferma.
3) E’ vero o no che a praticare per primi il terrorismo sono stati i sionisti, tramite l’Irgun, il gruppo clandestino ebraico, facendo esplodere bombe nei mercati e con l’attentato, fra gli altri, all’hotel King David di Gerusalemme nel 1946? Poiché quello israeliano è terrorismo di Stato non è doppiamente grave?
4) E’ vero o no che, soprattutto negli ultimi mesi, l’esercito israeliano ha fatto continue incursioni nelle città e nei villaggi della Cisgiordania, assassinando giovani palestinesi ogni giorno?
5) E’ vero o no che i soldati sparano sui giovani spesso solo perché sventolano la bandiera palestinese, cosa vietata? E una volta colpiti, vengono lasciati morire dissanguati, impedendo l’arrivo delle ambulanze?
6) E’ vero o no che i coloni estremisti, protetti dall’esercito, devastano di continuo i campi e i raccolti palestinesi per impossessarsene e stabilire nuovi insediamenti?
7) E’ vero o no che l’esercito, una volta arrestato un palestinese per presunti reati, fa saltare in aria la casa della sua famiglia, come se i genitori fossero responsabili delle azioni dei figli?
8)E’ vero o no che Israele, Usa e Ue hanno fatto fallire gli accordi di Oslo e impedito la nascita dello Stato palestinese?
9) E’ vero o no che Israele continua a costruire colonie in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme Est, in aperta violazione dei dettati Onu?
10) E’ vero o no che l’esercito chiude a proprio piacimento la moschea di Al Aqsa, impedendo l’ingresso ai fedeli palestinesi e proteggendo le incursioni dei coloni? (Non a caso Hamas ha definito il proprio attacco “Diluvio di Al Aqsa”).
11) E’ vero o no che infliggere una punizione collettiva ai due milioni di cittadini di Gaza, privandoli di elettricità, acqua e cibo, costituisce un abominio disumano: e il tutto nel silenzio delle cancellerie occidentali e dell’Onu?
12) E’ vero o no che Israele non ha fissato i confini del proprio Stato, continuando a sognare l’Eretz Israel, il Grande Israele?
Tutto questo non è per giustificare il terrorismo palestinese, ma per spiegarne le ragioni, (o le “ragioni” sono sempre solo quelle israeliane?).
L’attacco palestinese è stato di rara efficacia sotto il profilo militare. Io stesso, che a Gaza ci sono stato, e ho ben visto l’incubo di quella prigione a cielo aperto, sono rimasto sorpreso. Mi chiedo (e se lo chiedono gli analisti in tutto il mondo) come sia stato possibile preparare il tutto in totale segretezza, infliggendo uno smacco senza precedenti ai leggendari servizi segreti israeliani e infrangendo con facilità la barriera di “sicurezza” che “sigillava” la Striscia.
Quale che sia la sanguinosa reazione israeliana, è indubbio che l’attacco militare palestinese costituisce una novità che avrà comunque effetti strategici.
L’aura di invincibilità di Israele appartiene al passato. E la questione palestinese, che languiva nel deplorevole dimenticatoio internazionale, è tornata di ineludibile attualità. Non a caso nelle opinioni pubbliche di ogni Paese arabo c’è entusiasmo per l’operazione condotta, cosa di cui l’Occidente non potrà non tenere conto.
Quanto è avvenuto è una sorta di “battaglia di El Karameh” all’ennesima potenza. (In quella battaglia, svoltasi il 21 marzo 1968 in territorio giordano, si videro per la prima volta feddayn palestinesi, guidati da Yasser Arafat, infliggere una bruciante sconfitta all’esercito israeliano. Fu l’inizio ufficiale della resistenza palestinese).
Su Hamas: anzitutto non va dimenticato che è una creatura israeliana, concepita e fatta crescere per depotenziare Al Fatah e l’Olp. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il cane si è messo a mordere il padrone.
Fuor di metafora: l’Olp di Arafat era un movimento democratico (l’unico nel panorama arabo) e laico. Israele e l’Occidente hanno fatto di tutto perché il fondamentalismo islamico prevalesse.
Come non ricordare i ripetuti tentativi di delegittimazione di Arafat, arrivando perfino a sequestrarlo nel suo quartier generale della Muqata a Ramallah, riducendolo a un esiliato ritenuto inaffidabile, e spianando poi la strada all’incolore Abu Mazen e alla sua corte di corruttele? Il bel risultato ottenuto dai geniali strateghi è che, se si votasse in Cisgiordania, oggi Hamas stravincerebbe, e infatti già ora dice “vogliamo governare anche a Ramallah”, scalzando l’Anp.
Chi aveva occhi per vedere capiva la tragica involuzione. Per questo, con Democrazia Proletaria, ho sempre lavorato, con l’Olp e i pacifisti israeliani, per tenere aperte le porte della ragionevolezza, e del dialogo fra i due popoli. Siamo stati noi (lo rivendico con orgoglio) a tenere, nel 1984, una storica assemblea a Um el Fahm - oggi uno dei centri di maggiore resistenza – dove per la prima volta si confrontarono esponenti palestinesi e israeliani.
In quegli anni furono importanti i rapporti da noi avuti con il pacifista israeliano Uri Avnery e il movimento Peace Now (Pace ora). Il nostro amico, vero profeta disarmato, ci faceva riflettere sul fatto che gli israeliani non temono la guerra, dato che sanno farla: temono la pace perché non l’hanno mai conosciuta. Verissimo: senza guerra uno come Benjamin Netanyahu, al pari degli altri suoi sodali, sarebbe niente.
Noi credevamo davvero, insieme ad Arafat e ai pacifisti israeliani, alla possibilità dei due Stati, capaci di convivere in pace e in reciproca sicurezza. A non crederci, nei fatti, sono stati Israele, gli Usa e l’Europa, con la collusione, a essere obiettivi, di diversi regimi arabi.
E’ stata, semplicemente, l’hybris sionista e occidentale a precludere quella strada. E, oggi, si vedono i risultati, micidiali sia per i palestinesi sia per gli israeliani.
Ma forse le tragedie non avvengono a caso. Quanto sta succedendo dice, a chiare lettere, che il bivio si ripropone con nuova radicalità: o la guerra all’infinito, con grave pregiudizio per la pace mondiale, o l’edificazione, finalmente, dello Stato palestinese, come base costruttiva per la pace nella regione.
Dopo l’attacco palestinese, l’Occidente ha reagito all’unisono: solidarietà incondizionata, per l’ennesima volta, a Israele e non una parola sui legittimi diritti del popolo palestinese.
Il governo italiano proietta la bandiera israeliana sulla facciata di Palazzo Chigi. Domanda retorica: come mai non ha proiettato la bandiera palestinese ogni volta che il governo israeliano faceva nuovi insediamenti del tutto illegali, reprimendo nel sangue chi vi si oppone?
Eccoli qui, i sepolcri imbiancati occidentali. Tutti accomunati dal tornaconto di avere lo Stato di Israele come mastino da guardia nei confronti di centinaia di milioni di arabi. Fino a quando questa minoranza del mondo, sebbene super armata, andrà avanti nell’illusione di essere – e fare – il gendarme planetario?
Per quale folle cecità ci si preclude di capire che la guerra chiama guerra e, poi, ce la ritroviamo in casa, dall’Afghanistan alle Torri Gemelle?
Il fatto spaventevole è che oggi non c’è parvenza di legalità internazionale: a dominare è la prepotenza dei più forti. E’, questa, una delle ragioni di fondo per cui la guerra prospera e il mondo sta bruciando fra tensioni crescenti.
Mentre piango i morti di ambedue le parti, spero che in Italia avvengano manifestazioni per il cessate il fuoco immediato.
E faccio mie le parole, scritte sul quotidiano Haaretz, dal famoso scrittore sionista Ari Shavit: “Sembra che stiamo affrontando il popolo più difficile della storia, e non c’è soluzione con loro se non riconoscere i loro diritti e porre fine all’occupazione”.
 

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