di Fausto Bertinotti 

Il colonnello Draghi. C’è una metamorfosi in corso, per ora è ancora appena iniziata. Essa riguarda direttamente il nostro presidente del Consiglio, ma parla di un mutamento nelle attese del sistema rispetto alla sua stessa dirigenza politica. Il dato costante sul quale si producono e si modificano le tendenze che costituiscono e modificano quest’ultima è la doppia crisi della politica e della democrazia. In Italia, esse risultano peraltro sempre più radicali tanto da rappresentare, come Paese, un caso.

Esattamente è il caso contrario e opposto a quello che così si definì durante l’ascesa democratica e il primato della politica negli anni Settanta in Italia. Le due crisi, quelle della democrazia e quella della politica, lasciano che sia il sistema a plasmare, secondo le sue esigenze di volta in volta preminenti, il profilo del governo e dei suoi governanti. Draghi è arrivato al governo del Paese dopo un’ennesima crisi delle politiche di governo che annunciava l’irrompere sulla scena del rischio immanente dell’instabilità politica e questo proprio mentre l’Europa reale aveva configurato un piano di azione per impedire che la crisi, acutamente accentuata dall’emergenza del coronavirus, precipitasse in modo irreparabile. Draghi, con il suo whatever it takes, pronunciato dieci anni fa, alla Global Invest Conference di Londra, ha assunto persino un valore simbolico, di riconoscimento di una certa politica dell’euro, quella della necessità di passare “dal bombo all’ape”.

Dopo il drammatico quanto nascosto fallimento delle loro politiche di austerity, le élite europee, sospinte dalla ricerca di un’economia del dopo pandemia e dalla necessità indotta dal nuovo dogma della ripresa, hanno deciso una nuova rotta e si sono incamminate lungo i sentieri di politiche espansive rigorosamente però prive di qualsiasi riforma sociale. Draghi ne è stato ancora una volta tra i protagonisti, insieme alla Bce e alla Commissione europea. L’investitura da presidente del Consiglio ha ricavato, da questo suo essere il Papa straniero, la sua propria autorità che di fatti è diventata per la politica del governo e per le forze politiche che lo sostengono (ma anche tra quelle che non lo fanno formalmente) a indiscutibile. Sotto la sua guida il Next Generation Eu è diventato, secondo Ursula von der Leyen, addirittura un’opportunità “per fare dell’Italia un motore di crescita in Europa”.

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