Di Matteo Gaddi

Andiamo a vedere, innanzitutto, l’ultima rilevazione ISTAT: nel comunicato si dice che “dopo la crescita del mese di dicembre e la sostanziale stabilità di gennaio, a febbraio 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,2% (-44 mila).

Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cala nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali.” I disoccupati aumentano su base mensile dello 0,7% (+23 mila); rispetto agli ultimi tre mesi rilevati accade che dopo il forte calo registrato a dicembre e gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione sale dello 0,1%, tornando così al 12,7%; un dato superiore di 0,2 punti rispetto a febbraio 2014.

Ma soprattutto la notizia è che il tasso di disoccupazione torna a salire visto che negli ultimi mesi era in costante calo, dopo l’apice di novembre 2014 quando aveva toccato il 13,2%. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 2,1% (+67 mila). Sempre l’ultima rilevazione ISTAT, sulle medie mobili mensili (in questo caso: dicembre 2014 – febbraio 2015) ci dice che, rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo dicembre-febbraio l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti percentuali, in larga misura per la risalita del tasso di inattività (+0,3 punti).

Cioè soltanto l’aumento del tasso di inattività sembra aver avuto un effetto positivo sul tasso di disoccupazione, ma solo da un punto di vista meramente contabile. Aumenta, quindi, il numero degli “scoraggiati”, cioè persona non occupate che nemmeno più cercano un lavoro perché ritengono che non lo troveranno. il numero complessivo di disoccupati, quindi, raggiunge i 3 milioni e 240mila, se rispetto a febbraio 2014 il numero di occupati è cresciuto di 93mila unità è altrettanto vero che negli ultimi mesi si è assistito ad una frenata con un effetto nullo sul numero di occupati netti.

L’Italia si conferma in controtendenza rispetto all’Europa: mentre nell’eurozona il tasso di disoccupazione a febbraio scende all’11,3% (e nella ue28 è al 9,8%), da noi risale al 12,7%. Così, mentre il governo Renzi commentava con i soliti tweet trionfalistici i dati sui 79mila contratti a tempo indeterminato di gennaio-febbraio, i dati reali segnalavano una realtà ben diversa. innanzitutto perché il governo Renzi si è limitato a fornire il solo dato dei contratti attivati, “dimenticandosi” di fornire anche quello delle cessazioni.

Ad aumentare, infatti, sono anche le cessazioni dei contratti a tempo indeterminato di gennaio-febbraio (da 243.655 del 2014 a 257.945 del 2015). a questo punto il dato “sparato” da Renzi-Poletti si riduce parecchio: il saldo tra nuovi avviamenti e cessazioni è si positivo, ma di 45mila unità, un numero molto più basso della cifra di 79mila.

Ma non basta: il saldo positivo di 45mila unità deve essere letto con grande attenzione. innanzitutto si tratta di un “rimbalzo” rispetto agli ultimi tre mesi del 2014 quando le attivazioni di nuovi contratti a tempo indeterminato era continuamente calata dai 117mila di ottobre ai 74mila di dicembre. Inoltre si tenga presente che i contratti a tempo determinato continuano ad essere largamente superiori a quelli stabili: oltre 528mila a gennaio e 319mila a febbraio. Insomma, a gennaio i contratti stabili hanno rappresentato il 20% degli avviamenti complessivi; mentre in febbraio questa percentuale si è di poco alzata al 24%.

Si tratta di un avanzamento rispetto al dato del 2014, quando i contratti stabili rappresentavano solo il 16% della nuova occupazione. Ma i distinguo sono d’obbligo. Primo: del “rimbalzo” rispetto agli ultimi mesi del 2014 si è detto, ma occorre una spiegazione in più. le imprese hanno rallentato l’attivazione dei contratti stabili negli ultimi mesi dello scorso anno per poi riattivarli con l’anno nuovo per una ragione molto semplice: erano in attesa dell’ennesimo regalo ai padroni, questa volta sotto la forma della decontribuzione (prevista dalla legge di stabilità 2015) fino a oltre 8mila euro l’anno (valida per un triennio, quindi oltre 24mila euro) per ogni contratto stabile attivato.

Questa ipotesi trova conferma nel dato della crescita cessazione dei contratti a termine (54mila cessazioni in più rispetto a gennaio/febbraio 2014): ciò significa che, grazie ai generosi contributi pubblici, diverse aziende hanno pensato di trasformare parte dei contratti a termine in contratti stabili. Ma oltre ai soldi arriveranno anche regole molto generose. Da marzo, infatti con l’entrata in vigore delle norme sul contratto a tutele crescenti, avrà ben poco senso parlare di contratti stabili visto lo stravolgimento dell’articolo 18.

Può darsi, quindi, che sulla carta crescano ulteriormente le attivazioni di contratti “stabili”, ben sapendo che dopo il Jobs act questa parola avrà perso quasi completamente di senso. tirando le somme: più disoccupazione, precarietà ben presto ancora più diffusa, regali alle imprese, politica di annunci. niente di nuovo sotto il sole per il governo Renzi.

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