di Eugenio Pierucci
Fra le ipotesi formulate da Tremonti per far fronte alla grave crisi economica che fino a qualche settimana fa aveva negata, affermando, al pari del premier Berlusconi, che l’Italia stava meglio di tutti (anzi, avevano perfino detto che non c'era o quanto meno dichiarato che era ormai passata) figura la cancellazione di importanti festività civili quali il 25 Aprile e il 1 Maggio, che si dovrebbero trasferire alle domeniche più prossime.
Al di là delle considerazioni politiche riguardo alla vergognosa pretesa di eliminare dal calendario italiano due avvenimenti fondamentali che segnano la difficile storia del nostro Paese verso la democrazia e l’emancipazione del lavoro, per difendere i quali crediamo si debba dare vita ad una vasta mobilitazione di popolo, ciò che ci stupisce è l’argomentazione che starebbe alla base di questa proposta: ovvero il ricorso al consueto falso ritornello della scarsa produttività del lavoro nel nostro Paese che richiederebbe un maggiore impegno da parte di operai e impiegati per mettersi al passo con i loro colleghi più produttivi dei Paesi più prosperi, stimolati magari dalla possibilità di essere altrimenti licenziati in tronco e senza troppi complimenti.
In sostanza, sostengono i nostri governanti, i lavoratori italiani sono più pigri dei loro colleghi europei, distratti come sono da troppe feste (la prossima mossa sarà probabilmente quella di cercare di ridurre il periodo delle ferie e, magari, ridurre un po’ anche il riposo del sabato e della domenica, cosa che in certi settori già sta avvenendo) che impedirebbero loro di produrre più ricchezza. Si deve a ciò, quindi, lo stato di arretratezza dell’Italia rispetto agli Stati più prosperi che reclamerebbero a loro volta maggiori sacrifici da parte di chi trascorrerebbe poco tempo in fabbrica o in ufficio.
Non sappiamo su quali basi lor signori poggino questo ragionamento, tanto più quegli statisti europei che imponendo al nostro Paese linee economiche severissime, hanno di fatto commissariato il nostro governo. Non sappiamo a quali statistiche facciano riferimento, ma non certo a quelle dell’Ocse, autorevole organismo internazionale che non può essere certo tacciato di simpatie comuniste.
Ebbene, i dati Ocse riferiti al 2010, recentissimi, quindi, trattandosi dell’ultimo anno completato, ci dicono tutt’altro ed in particolare che nell’Europa meridionale si lavora assai più che nell’Europa settentrionale, ed anche rispetto a grandi nazioni extraeuropee che la leggenda ci descrive baciate da una maggiore produttività del lavoro.
Facciamo alcuni esempi, partendo dal fatto che in media un italiano dedica al lavoro 1.778 ore all’anno: più del laborioso giapponese quindi (1.733) e dell’australiano (1.686) e quante se ne lavorino negli Stati Uniti (1.778 appunto). Tanto che la media Ocse è di 1.749.
Ma le sorprese più eclatanti le troviamo in Europa, dove persino in Spagna (1.663) si lavora meno che in Italia, e nel Regno Unito si scende ancora (1.647).
Vengono poi, nell’ordine, il Belgio (1.551), la virtuosa Germania (1.419) fino a giungere alla fortunata Olanda, dove la media è di 1.337 ore annue lavorate.
Certo, non abbiamo elencato, per brevità, tutti i Paesi d’Europa, come del resto da questo elenco incompleto mancano altre potenze economiche internazionali, ma vi possiamo assicurare che più si va al Nord più ci si riposa, sfatando così la favola dei meridionali fannulloni, tanto che il Paese europeo dove si lavora di più è la negletta Grecia dove si lavora per 2.109 ore all’anno.
Non sarà certo sfuggita ai lettori più attenti la mancanza da questo rapido quadro della spocchiosa Francia che, pur essendo inguaiata al pari, se non più di altri, pretende ugualmente di dare lezioni al mondo. Il dato francese non l’abbiamo dato per la semplice ragione che non è riportato nella tabella Osce per il 2010, ma per avere un idea possiamo riferirci a quello dell’anno precedente, il 2009, che era di 1.554 ore lavorate, vale a dire oltre 200 in meno rispetto all’Italia.
Ce n’è dunque d’avanzo per respingere la pretesa di Tremonti e compagnia di far lavorare ancora di più gli italiani, considerato anche che per tutto il tempo che passano in fabbrica o in ufficio i nostri lavoratori ricevono retribuzioni assai inferiori rispetto ai loro colleghi europei, e rispetto a ciò non è estraneo il fatto che le nostre sono le più tassate in assoluto.
 

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