di Vincenzo Vita

Certo, è più age­vole evo­care l’eroismo di Maria Goretti o quello delle ragazze liceali rapite in Nige­ria. Tut­ta­via, corre l’obbligo civile di pren­dere in esame — con ama­rezza e disgu­sto — l’orgia media­tica in atto attorno alla pre­sunta col­pe­vole del più effe­rato tra i delitti: Vero­nica Pana­rello, accu­sata da tante prove di aver ucciso il figlio Lorys. Forse, Katz e Dayan avreb­bero inse­rito un appo­sito capi­tolo nel loro «Le grandi ceri­mo­nie dei media» (1992) dedi­cato all’estetica del dolore o alla tra­sfor­ma­zione in fic­tion della realtà mostruosa, esor­ciz­zata nel rac­conto del video, che garan­ti­sce un tran­quillo voyeu­ri­smo libe­ra­to­rio. Una scon­fi­nata quan­tità di «noir».

In uno stu­dio recente, i medio­logi Bal­dazzi e Rug­giero hanno sot­to­li­neato il pre­do­mi­nio nei tele­gior­nali (pub­blici e pri­vati) delle noti­zie sui cri­mini effe­rati, di cui la vicenda di Santa Croce Came­rina è il caso ora ecla­tante, accanto a quelli — tra gli altri — di Yara Gam­bi­ra­sio, di Sarah Scazzi, di Chiara Poggi, fino al delitto di Cogne. L’ultima tra­ge­dia rap­pre­senta, però, un salto di qua­lità. Com­plice la crisi della poli­tica e dello spet­ta­colo ad essa con­nesso, l’inferno dei casi pri­vati inte­gra e sosti­tui­sce la tra­bal­lante sfera pubblica.

Del resto, le inqui­si­zioni tele­vi­sive fanno audience e rat­top­pano la caduta di ascolto della vec­chia offerta gene­ra­li­sta. Ne ha par­lato Aldo Grasso nella sua rubrica sul «Cor­riere della sera» e pur­troppo ogni giorno mediale viene a con­ferma. Ha un bel dire Bruno Vespa — nell’ennesimo talk dedi­cato al caso Sti­val — che non si trat­tava di un pro­cesso mediatico.

Però. Il par­terre di «Porta a porta» in poco si disco­stava da un simu­la­cro di tri­bu­nale, natu­ral­mente senza le garan­zie del pro­ce­di­mento e con qual­che volto — ahimé — ricor­rente. Eppure, esi­stono un Codice di auto­re­go­la­men­ta­zione dei pro­cessi in tv, una Carta dei diritti e dei doveri dei gior­na­li­sti, una Rac­co­man­da­zione euro­pea, una deli­bera dell’Autorità per le garan­zie nelle comunicazioni.

Fac­ciamo un passo indie­tro. Era­vamo nel 2008 e Ber­lu­sconi sof­friva molto la docu­fic­tion in uso nel pro­gramma di Michele San­toro, atti­nente ai casi giu­di­ziari dell’allora pre­mier. E già, i pro­cessi (dei potent)i vanno sal­va­guar­dati, decretò a mag­gio­ranza l’Agcom. Se, al con­tra­rio, si tratta di una nor­male dan­nata della terra — per di più impi­gliata in una ter­ri­bile sto­ria per­so­nale — la pri­vacy è sot­ter­rata e la gogna diviene ine­so­ra­bile. Umberto Galim­berti ne ha scritto su «la Repub­blica» di qual­che giorno fa e il silen­zio rispet­toso verso una gio­vane sven­tu­rata come Franti dovrebbe prevalere.

Per non creare un altro mostro e un’altra vit­tima: un secondo delitto. Al dramma non si addice la com­pia­ciuta fri­vo­lezza della chiac­chiera media­tica. L’informazione è sacra, ma l’abuso delle per­sone sem­plice è imper­do­na­bile. Le news sono occu­pate dall’infinita cro­ni­sto­ria dell’assassinio di un figlio, senza porsi nep­pure qual­che inter­ro­ga­tivo sull’eventuale autrice dell’atto delit­tuoso. I per­ché. E così la con­danna avviene in diretta, sosti­tuen­dosi a qual­siasi trama dello Stato di diritto. I Radi­cali hanno dedi­cato a tali que­stioni una recente con­fe­renza stampa, con ragione. Aggiun­ge­remmo: per i ric­chi la pre­scri­zione, per i dispe­rati l’esecuzione prima del processo.

Che ne dicono la com­mis­sione par­la­men­tare di vigi­lanza e l’Agcom?

I testi nor­ma­tivi citati sono carta strac­cia? Pro­ba­bil­mente, Char­les Laughton di «Testi­mone d’accusa» non avrebbe preso le difese della signora Pana­rello, ma que­sta tv è un insop­por­ta­bile caso di distra­zione di massa.

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