La crisi del settimo anno

di Renzo Massarelli
Alla prossima festa di San Costanzo saranno sette gli anni di servizio del Minimetrò. Qualcuno ha voglia di festeggiare? Sette anni non sono ne' pochi ne' molti, sono solo un piccolo capitolo di una storia che dovrà durare, almeno dal punto di vista finanziario, diversi decenni, precisamente sino al 2036. Qualche scricchiolio comincia però a manifestarsi se da Palazzo dei Priori Francesco Calabrese, l'assessore che si occupa di tagli e ritagli, pensa che questo trenino battezzato il giorno del Santo patrono costi troppo e che sarebbe più conveniente ricoprire il tutto da una bella striscia di asfalto, da Pian di Massiano al Pincetto.
Questo sfogo politico che custodiva dentro di sé la minaccia di una chiusura del Minimetrò si è spento nel giro di qualche giorno dopo aver lasciato di stucco tutta la città. Il problema, però, resta aperto. Riuscirà il minimetrò a sopravvivere a se stesso e alla sfiducia di un settore trasversale della città che l'accompagna ad ogni giro di corsa?
In realtà i bilancio del trenino che qualcuno continua a chiamare brucomela, come fosse un giocattolo da Luna park, non presenta novità sostanziali da quando cominciò a correre sopra i suoi binari. Certo, non fa diventar ricchi i suoi azionisti, tra i quali predomina lo stesso comune di Perugia, ma non si può neanche dire che sia fonte di sprechi o di cattiva gestione considerato anche che è un sistema che viaggia in automatico e utilizza pochissimo personale. La Minimetrò spa che garantisce il servizio lo fa in base a un contratto sottoscritto con il Comune. Se qualcosa c'è da cambiare, se l'assessore vuole usare le forbici, dovrà chiedere una modifica del contratto, proporre alla sua giunta di rivedere alcune voci come l'orario di esercizio o, al contrario, cercare di far crescere il numero dei passeggeri con alcune misure di promozione ma di sicuro non può chiudere una cosa che gli appartiene.
Il problema del minimetrò è costituito da un numero insufficiente di utenti. Ora siamo a ottomila al giorno, si dovrebbero superare ampiamente i diecimila per chiudere il bilancio in modo più soddisfacente. Poi c'è da pagare il mutuo trentennale che è servito alla sua realizzazione. Due milioni l'anno. I costi fissi arrivano a 3,8 milioni. Qui davvero c'è poco da tagliare, praticamente nulla. Il fatto è che come per tutti i mezzi di trasporto il pareggio di esercizio è una chimera. Il minimetrò copre comunque con gli incassi la metà dei costi, gli autobus urbani appena un terzo.
Perché allora l'assessore è così tanto arrabbiato? Forse perché da un paio d'anni la Regione, impelagata nei debiti di Umbria mobilità, non trasferisce la sua quota di finanziamenti al comune. Si tratta di un paio di milioni l'anno che dovranno continuare a uscire dalle casse di Palazzo Donini, su questo ha ragione l'assessore.
Per il resto, insistere sulla opposizione ad un'opera che c'è già, che è costata sui cento milioni e che è gravata da un mutuo trentennale non ha senso. Si tratta invece di incentivare le utenze attraverso nuove scelte di mobilità urbana, una maggiore attenzione al settore del turismo e inserirla nel modo migliore all'interno del prossimo Piano regionale dei trasporti. Il minimetrò è un pezzo dei sistema della mobilità umbra. E' dentro questa scommessa. Forse pochi sanno che il "trenino" trasporta ogni anno, lungo il suo breve percorso, il doppio dei passeggeri della Ferrovia centrale umbra. Quanto costa alla collettività il lungo serpentone che va da Terni a San Sepolcro? E quanto potrebbe migliorare la mobilità regionale un suo rilancio basato sull'efficienza, sull'ammodernamento del materiale rotabile, una sua trasformazione in una moderna metropolitana di superficie a Perugia, a Terni e anche in altre città importanti come Città di Castello e Umbertide?
La Ferrovia Centrale Umbra ci costa una tombola ma non per questo si dovrebbe chiudere, semmai dovremmo farla funzionare al meglio. Se no vince ancora una volta non la cultura dei trasporti alternativi ma quella dell'auto privata, del trasporto individuale e delle grandi opere fatte di cemento, asfalto, autostrade, inquinamento. E di perenni ingorghi.




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