di Isabella Rossi

Lo diceva il pittore catalano Joan Miró, all’arte non spetta descrivere il visibile, ma cogliere nel visibile l’Invisibile. E in Ósemán, lo spettacolo della compagnia INC InNprogressCollective-dance-visual-urban art che ha debuttato ieri pomeriggio in prima assoluta al Teatro Morlacchi di Perugia, di ogni scoperta è protagonista la danza, più adatta della parola a cogliere e narrare la metafisica delle emozioni. C’è una tensione costante tra cuore e cielo, tra regno dell’umano sentire e tempio del divino ispirare. Anche quando non si vede, quando non si sospetta. In Ósemán (cielo in persiano) la sua presenza è svelata prendendo a prestito un attributo iconografico di Magritte. Un ombrello sospeso come soglia tra visibile ed immanente, perno di un’avventura che dura un soffio ma che vale una vita. Districare il senso dal magma delle emozioni creando senza semplificare, senza ridurre, ma anzi moltiplicando nella valorizzazione, come se ogni piega dell’anima trovasse la sua espressione gestuale. Dare spazio e vita alla pluridimensionalità. E’ questa una costante nel lavoro di Afshin Varjavandi – ideatore, coreografo e regista di Ósemán - che dopo diverse produzioni, una collaborazione con Giuseppe Tornatore ed il successo di “To pray” – che ha debuttato alla 58esima edizione del Festival dei Due mondi - torna al Morlacchi con uno spettacolo ispirato dalla poetica di Magritte e Chagall. Cultura pop e radici mediterranee, vissuto e arte del Novecento, poesia persiana e declinazioni dell’amore, fuori dal dualismo tra sacro e profano, si mescolano senza perdere la propria identità, dando vita alla pluridimensionalità. Ma se tanta ricchezza non annega nella complessità, e anzi mantiene leggerezza e dinamicità costanti, è grazie ad una serie di precise connessioni che compongono il telaio drammaturgico dello spettacolo. Anima, corpo e coautori di questo sistema sono i suoi giovani e talentuosi danzatori -Luca Calderini, Mattia Maiotti, Jenny Mattaioli, Elia Pangaro e Debora Renzi – è grazie alla loro intensità che in Ósemán la dialettica tra gravità e sospensione racconta sfumatore e gradazioni, atmosfere e momenti, dolori e amori di un’umanità senza rete ma capace di vedere il cielo. Lo spettacolo è stato coprodotto da Dejà Donné, storica compagnia di danza contemporanea con sede in Umbria, sostenuta dal Mibac e dalla Regione Umbria.

Condividi