Rino Malinconico *
Il fatto nuovo di questa fine estate è la capacità di iniziativa dell'opposizione. Non era scontato. La scena è stata occupata troppo a lungo dalla destra, dalle sue liti, dalla sua crisi e dalle dinamiche politiche che ne scaturivano. Tutto il resto sembrava o muto o ininfluente o acquiescente. La proposta di Bersani, l'iniziativa della sinistra e, sull'altro versante, l'orientamento anti-Berlusconi in via di maturazione tra i centristi, tutto ciò sta rimettendo in moto l'opposizione; e la cosa è tanto più notevole, almeno per le nostre prospettive, perché parallelamente cominciano a manifestarsi anche positivi segnali di ripresa del conflitto sociale, con il duro scontro in atto negli stabilimenti Fiat, con i precari della scuola che si stanno organizzando, con le resistenze sempre più diffuse nei luoghi di lavoro.
Si sta delineando, in sostanza, una situazione che pone obiettivamente all'ordine del giorno il superamento della stagione berlusconiana e della politica dei sacrifici avviata da Tremonti. Che questo avvenga, e che avvenga soprattutto nella direzione da noi auspicata, col rafforzamento delle regole democratiche e con la contemporanea affermazione dei diritti del lavoro e di cittadinanza umana, dipende da molti fattori, non tutti ancora maturi. Ma non è indifferente il modo col quale si parte. Non è indifferente, soprattutto, l'affermarsi di una maggiore linearità nei comportamenti di tutti.
Il cuore di questo possibile movimento in avanti è quello che si delinea come "alleanza democratica". Un arco di forze, dai centristi a noi della sinistra, sembra poter convergere non su un programma di governo, bensì sul ripristino della normale dialettica democratica, i cui contenuti sono tanto semplici quanto decisivi per andare oltre il quindicennio berlusconiano: la difesa dell'attuale carta costituzionale, con tutto quanto consegue per i diritti delle persone e la separazione dei poteri; la promulgazione di una nuova legge elettorale, che recuperi il valore della proporzionalità e dia più possibilità di scelta ai cittadini; la difesa del lavoro, della contrattazione nazionale e del potere d'acquisto delle fasce popolari, come principale misura di contrasto alla crisi.
Non è un programma di governo, ovviamente, poiché non si parla delle truppe in Afghanistan, dell'energia eco-compatibile, della scuola e della sanità pubblica, dell'acqua e dei principali beni comuni, delle imposte sulle transazioni finanziarie, delle unioni civili, del superamento della Bossi-Fini, eccetera. Si tratta solo (solo?!) di ri-costruire gli architravi di riferimento di un sistema, una cornice di regole e valori condivisi, dentro la quale i programmi e le proposte possano essere poi liberamente sostenuti e/o contrastati dalle diverse forze politiche. Noi abbiamo fatto bene a dire di sì a questa alleanza politico-elettorale di salvaguardia democratica, e per la verità ne abbiamo parlato anche prima di Bersani, sollecitando più volte tutte le forze di ispirazione democratica a prendere atto del carattere trucemente eversivo non solo di Berlusconi e del berlusconismo, ma anche della Lega, che rappresenta il frutto più avvelenato della stagione berlusconiana, quello che potrebbe davvero portarci nel baratro. La Lega, infatti, non è più la stessa del secessionismo iniziale; essa si propone come grande forza nazionale, pur se dentro le logiche del comunitarismo reazionario. Ma la questione vera è che sempre più chiaramente emerge, persino al di là della coscienza del suo gruppo dirigente, il carattere fascistoide e nazionalsocialista della sua cultura e della sua pratica politica. Ed un nazismo in forme nuove ha davanti a sé ampi spazi di crescita politica ed elettorale, poiché la virulenza stessa della crisi facilita spontaneamente le dinamiche di "conflitto orizzontale". Le proposte leghiste contro gli immigrati e i miti identitari possono trovare oggi un drammatico consenso di massa, determinando il passaggio irreversibile ad una fase storica ancora più cupa di quella attuale.
Anche alla luce di questa possibile precipitazione dello scenario politico e sociale, come abbiamo fatto bene a dire di sì, ed anzi a sostenere con forza la necessità di un'ampia alleanza democratica contro Berlusconi e la Lega, abbiamo fatto altrettanto bene a dire subito che non siamo interessati all'altra proposta di Bersani, quella della ricostruzione dell'Ulivo. L'Ulivo infatti è una convergenza di governo. E' ragionevole, ed anzi persino utile in questa fase, che Bersani provi ad individuare, dentro l'arco di tenuta democratica, un nucleo più omogeneo di forze, che si ponga direttamente come governo del Paese, persino come governo completamente autosufficiente in parlamento, se la verifica elettorale dovesse premiarlo. Ma noi abbiamo fatto bene a dire di no, a non nascondere il carattere distinto, e per certi versi opposto, della nostra cultura e delle nostre proposte rispetto a Bersani, a di Pietro e ai molti nostalgici dell'Ulivo.
Abbiamo dato prova, in tal modo, di aver compreso fino in fondo la lezione dell'esperienza negativa fatta col governo Prodi. Non si tratta soltanto della questione del programma, del fatto cioè che sulla progressione di marcia di questioni fondamentali (appunto: pace, diritti, lavoro, ambiente) è difficilmente ipotizzabile una mediazione soddisfacente tra noi ed il Pd. Il punto decisivo è che la possibilità di condizionare davvero un governo è direttamente proporzionale alla forza elettorale di un partito, al suo effettivo radicamento nel paese. Come sinistra, se questa forza e questo radicamento ci fossero, potremmo forse anche azzardare una verifica sui contenuti programmatici, benché la questione meriterebbe comunque un severo approfondimento, dal momento che pure l'esperienza più avanzata in tale direzione, quella del governo di Cln dell'immediato dopoguerra, con un Pci fortissimo in parlamento e nel Paese, si è poi risolta in un arretramento del proletariato e delle classi popolari. In ogni caso, alla sinistra di oggi (tutta quanta, e non solo la Federazione della sinistra) manca qualsiasi serio presupposto per un tale ragionamento: siamo ridotti ai minimi termini e nessuna scorciatoia mediatica e istituzionale può nascondere la nostra debolezza.
La strada è dunque tracciata: praticare la nostra autonomia politica significa oggi un impegno prioritario direttamente nella società, ben oltre le istituzioni. Al tempo stesso dobbiamo avere la capacità di essere consapevolmente presenti in tutte le battaglie politiche, a partire dalla difesa delle condizioni di democrazia nel nostro paese. L'attuale legge elettorale maggioritaria impone un'alleanza elettorale ampia, di fronte democratico. Non ci impone però alcun supplemento di mediazione e nessuna logica ulivista. Se altri, per esempio Vendola e i compagni di Sinistra e Libertà, riterranno di dover percorrere anche la strada dell'Ulivo oltre l'alleanza democratica, noi potremo solo prenderne atto, riconoscendo l'ovvia legittimità del loro tentativo. Ma diremo con franchezza che l'Ulivo e le primarie dell'Ulivo configurano un percorso obiettivamente diverso dal nostro, la qual cosa allontana, almeno nell'immediato, la ricomposizione organizzativa delle forze a sinistra del Pd. Nulla di particolarmente drammatico in ciò. Per quel che ci riguarda, significa che dovremo imparare quanto più presto possibile a contare sulle nostre sole forze, sulla nostra determinazione e sulla nostra capacità di parlare davvero il linguaggio dei settori sociali che pure abbiamo l'ambizione di conoscere, e qualche volta persino di rappresentare.
*responsabile nazionale Mezzogiorno Rifondazione Comunista
Da Liberazione deò 2 settembre 2010
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