di Paolo Brutti.

Permettetemi una digressione che contiene anche un po’ di pepe.
Alcuni, riprendendo cronache perugine che guardano ai fatti dal buco della serratura, raccontano il 20 giugno del 1859 come un fatto di pochi bischeri infatuati di gloria e travolti dalle gloriose armate francesi al soldo di Pio IX. Tra essi citano un perugino che al tempo del nazismo si faceva chiamare Otto von Gur.
La cronaca non è mai la storia così come cento gatti non fanno una tigre.
Il XX giugno del ‘59 fu un azzardo di pochi perugini esaltati da un fuoco antipapalino? Di certo l’insirrezione fu sollecitato con calcolo freddo e anche cinico dal Cavour con l’associazione Società nazionale da lui fondata e attiva a Perugia dopo la dispersione dei mazziniani. Allora aveva vinto l’idea che solo la monarchia sabauda avrebbe potuto costruire in Italia lo stato nazione. Ne era stato convinto anche Garibaldi, rompendo con Mazzini. Era in atto la Seconda guerra di Indipendenza e Cavour voleva smuovere il papato dalla sua posizione neutralista. Non fu un colpo di testa ma un calcolo politico dei piemontesi per ridurre l’ostacolo all’unita d’Italia posto dallo Stato Pontificio. Perugia fu sacrificata per dare risalto alla barbarie papalina e il calcolo ebbe il suo effetto sulla opinione pubblica internazionale ( vedi il caso dei turisti americani capitati in mezzo all’irruzione degli svizzeri). La reazione papale fu eccessiva e incomprensibile e fu pagata duramente da Pio IX.
La ostilità di Perugia guelfa verso il papato non ha un’origine risorgimentale. Nasce dalla guerra del sale e dal ruolo nefasto dei Baglioni a Perugia, amici dei Medici e lunga mano del papa. La Rocca Paolina era il simbolo della soppressione delle istituzioni comunali. Fu uno scempio orrendo perpetrato sulla parte più amena della città del duecento. Lo scempio durò nei decenni successivi. Le torri abbattute furono 26 per la costruzione e via via furono scapitozzate tutte, tranne una, che ancora vediamo e apparteneva alla famiglia degli Oddi fedeli al papa da sempre.
Paolo III Farnese, per altro, fu un grande papa e Perugia nell’opporsi alla tassa sul sale fece la figura della mosca cocchiera. Dovevano seguirla in tanti ma nessuno si fece vivo. Anche qui però non si può dimenticare che Carlo V e Cosimo dei Medici furono i veri ispiratori della resistenza e che il sale al tempo non serviva per le minestre ma era un alimento strategico per le sue caratteristiche di conservazione degli alimenti. Poi ci fu il ruolo, ultimo e deleterio come sempre, dei Baglioni e degli aristocratici che governavano Perugia ansiosi di riprendere il loro ruolo di mediatori tra le istanze repubblicane del popolo e la disciplina al papa, al fine di riscuotere prebende sia dal pontefice che dai Medici. Il gioco portò alla fine della indipendenza di Perugia che già era diventata un puro simulacro dalla morte di Biordo Michelotti non potendosi considerare indipendenza la dittatura militare di Braccio e la semi signoria dei Baglioni, soldatacci di spada e sovente assassini, abili solo in una cosa: ottenere l’appoggio del popolo minuto, i Becherini,la plebe del tempo, contro il popolo grasso delle arti e dei mestieri, i Raspanti. Un’ultima osservazione su Paolo III, fratello della bellissima Giulia Farnese, la preferita di papa Borgia. Anche lui, come la sorella, indulgeva ai piaceri carnali. Ebbe quattro figli e il primo, Giampaolo Farnese fu il comandante papalino della guerra del sale. Insieme ad Alessandro Vitelli, l’orrendo ternano. Giampaolo amava uomini e donne ed è celebre lo stupro del vescovo di Fano, Cosimo de’ Gheri, avvenente oltre ogni modo. Il vescovo di Fano ne morì e il papa padre dello stupratore disse “ragazzate”.
In tarda età il papa Farnese, secondo una tendenza diffusa nel clero fino si giorni nostri, sentì mutare i propri sentimenti verso i giovinetti, come sovente accade ai precettori. E cosi venendo a Perugia per la terza volta, accolse un’implorazione che in pubblico gli fu rivolta in latino da un giovane chierico, di femminile beltà e all’uopo vestito da donna in abiti vedovili. Si chiamava Ludovico Corradi e divenne poi arcidiacono del duomo. Sempre fu ricercato dal Papa nelle altre cinque volte che soggiornò lungamente a Perugia. Combatteva, il Farnese, ugonotti e luterani ma non era insensibile alla bolla del prete di Magonza. Forse per la grande amicizia per il cripto luterano Michelangelo e i suoi nudi, applicava il principio “pecca fortiter sed crede fortius”.

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