“La terra trema e improvvisamente si spacca e trascina giù ciò che le sta sopra! Ormai avrete capito che noi siamo dei miseri corpi insignificanti e deboli, inconsistenti, annientabili, senza grandi risorse”.

Così, rievocando il terribile sisma del 5 febbraio 62 d. C., Lucio Anneo Seneca riflette sulla drammaticità dell’evento e sull’atteggiamento che il saggio deve assumere in questi frangenti.

Il disastroso terremoto si era verificato solo pochi mesi prima della stesura progettata del suo libro “Le questioni naturali”, nel quale si proponeva di trattare argomenti scientifici (astronomia, meteorologia e geologia, quindi anche l’analisi dei fenomeni sismici). Al dedicatario dell’opera, l’amico Lucilio originario della Campania, scrive:

“O Lucilio, abbiamo udito che Pompei, frequentata città della Campania, […] è sprofondata in seguito a un terremoto che ha colpito tutte le regioni adiacenti, e che questo è accaduto proprio durante i giorni invernali che i nostri antenati erano soliti garantire esenti da un pericolo simile. Questo terremoto si è verificato alle None di Febbraio, sotto il consolato di Regolo e Verginio, e ha devastato con ingenti rovine la Campania, che aveva sempre dovuto preoccuparsi di questo flagello, ma ne era uscita tuttavia indenne e aveva smesso tante volte di aver paura. Infatti, anche una parte della città di Ercolano è crollata e anche ciò che è rimasto in piedi è pericolante, e la colonia di Nocera, pur non avendo subito gravi danni, ha comunque motivo di lamentarsi; anche Napoli ha subito perdite […], alcune ville sono crollate, altre qua e là hanno tremato senza essere danneggiate. A questi danni se ne aggiungono altri: è morto un gregge di seicento pecore, alcune statue si sono rotte, alcuni, dopo questi fatti, sono andati errando con la mente sconvolta e non più padroni di sé. Sia il piano dell’opera che mi sono proposto, sia la coincidenza che dà attualità all’argomento esigono che esaminiamo approfonditamente le cause di questi fenomeni.  Bisogna cercare modi per confortare gli impauriti e per togliere il grande timore. Infatti, che cosa può sembrare a ciascuno di noi abbastanza sicuro, se il mondo stesso viene scosso e le sue parti più solide vacillano? Se l’unica cosa che c’è di immobile e di fisso in esso, tremola; se la terra ha perso quella che era la sua peculiarità, la stabilità: come si acquieteranno le nostre paure? Quale rifugio troveranno i corpi, dove si ripareranno, se la paura nasce dal profondo e viene dalle fondamenta?  Lo sbigottimento è generale, quando le case scricchiolano e si annuncia il crollo. Allora ciascuno si precipita fuori e abbandona tutto e si affida all’aria aperta [...] Infatti, il terremoto non ingoia solo case o famiglie o singole città, ma fa sprofondare popolazioni e regioni intere, e ora le copre di rovine, ora le seppellisce in profonde voragini e non lascia neppure una minima traccia da cui appaia che ciò che non esiste più un tempo è esistito, ma sulle città più famose il suolo si stende senza alcun’impronta del loro antico aspetto. […] Tiro divenne un tempo tristemente famosa per le sue rovine, l’Asia Minore ha perso in una volta sola dodici città; l’anno precedente la violenza di questa sciagura, qualunque essa sia, ha colpito l’Acaia e la Macedonia, ora ha ferito la Campania: il destino fa il suo giro e, se ha trascurato a lungo qualcosa, ritorna per colpirla. Alcune zone le affligge più raramente, altre più spesso: non permette che nulla resti indenne e illeso”. (“Questioni naturali”, VI).

Prima di esaminare le teorie naturalistiche dei filosofi greci sui terremoti, Seneca esorta a non aver paura di un evento di fatto ineluttabile: “se bisogna cadere, cadrò fra lo sconquasso di tutto il mondo, non perché sia lecito augurarsi una pubblica sventura, ma perché è di grandissimo conforto vedere che anche la terra è mortale”. In conclusione, esorta Lucilio a non temere la morte, poiché la sua anima finirà per giungere a un luogo sicuro, dove la terra non trema”.

Il filosofo stoico Seneca vuole distinguersi dalla gente comune per il modo di reagire a  questo tipo di sciagure. Pur rappresentando una violenta interruzione dell’equilibrio della Natura, un evento sismico è considerato da lui un fatto ineluttabile, quindi chi  è consapevole di ciò  non ha ragione di temere la morte.

I romani, almeno fino al tempo di Seneca sembrano invece interessati soprattutto all’aspetto prodigioso del terremoto, e alla sua correlazione con gli eventi storici. Di fatto, essi erano molto attenti alla coincidenza degli eventi sismici con le crisi politiche o militari. Celio Antipatro, autore di una monografia sulla seconda guerra punica, ricorda che contemporaneamente al disastro del Trasimeno (217 a.C.) “vi furono in Liguria, in Gallia, in parecchie isole e in tutta l’Italia terremoti così forti che molte città furono distrutte, in molte località avvennero frane e sprofondamenti del suolo, i fiumi invertirono il loro corso, il mare penetrò nei corsi d’acqua” (Celio Antipatro, fr. 20).

Cicerone dopo aver elencato i prodigi che, secondo la tradizione religiosa romana, avrebbero dovuto dissuadere il console Gaio Flaminio dall’attaccare battaglia contro Annibale al Trasimeno, ricorda che l’esito fu disastroso e le spoglie di Flaminio non furono mai ritrovate. La sconfitta e la fine di Flaminio ribadivano una credenza antica e diffusa, per cui il terremoto era considerato come la risposta divina a un atto di empietà, cui si attribuivano le cause di una disfatta militare o di una crisi politica.

A Roma, la terra sembrò effettivamente tremare nei momenti di crisi politica, come nell’83 a.C., quando crollarono addirittura alcuni templi, o intorno al 72 a.C., ai tempi della ribellione di Spartaco . Nei suoi discorsi contro Catilina, Cicerone non manca di collegare una serie di prodigi, tra cui anche dei terremoti, ai tragici eventi del 63 a.C.

Vari terremoti si verificarono nel 49 a.C., il primo anno della guerra civile tra Cesare e Pompeo e prodigi avvennero al momento della morte di Cesare: “tremiti insoliti” avvenuti nell’area alpina.

Tuttavia, dell’uso politico dei prodigi - e il terremoto era considerato dal popolino un prodigio -  i senatori se ne servirono per disprezzare Nerone.  Nel 64 d.C.,  il teatro di Napoli crollò proprio dopo la sua prima rappresentazione canora.

L’episodio del teatro di Napoli è più o meno contemporaneo alla pubblicazione del VI libro delle “Questioni naturali” di Seneca che con il suo  razionalismo, rimproverava quanti attribuivano alla collera divina quello che in realtà è un fenomeno naturale, ma  tale atteggiamento  razionale era solo dei filosofi e degli spiriti più sapienti perché le cerimonie espiatorie continuarono a scandire la vita religiosa romana nel corso del II secolo d.C.; e anche durante l’età della Roma divenuta cristiana i terremoti erano considerati come un segno dell’ira divina.
Per secoli gli scienziati hanno cercato di fare uscire questo fenomeno dal regno degli indovini e degli astrologi per includerlo nell’ordine naturale delle cose, ma la spiegazione scientifica del terremoto è venuta solo quando i geologi hanno potuto fare uso di strumenti in grado di misurare i lenti movimenti cui è soggetta la crosta terrestre.

Plinio il Giovane, che viveva a Miseno con lo zio Gaio Plinio il Vecchio, comandante della base navale di Miseno nella baia di Napoli, in una lettera ci dà testimonianza di un altro famoso terremoto che nel 79 d.C., avvenne  in  concomitanza con l’eruzione del Vesuvio, che seppellì Ercolano e Pompei sotto una spessa coltre di cenere e lapilli:

“Molti giorni prima si era sentita una scossa di terremoto; senza però che vi si desse molta importanza, perché in Campania è normale; ma in quella notte fu così forte che sembrò che non si scuotesse, ma che crollasse ogni cosa. Mia madre corse nella mia stanza, ed io pure mi alzavo per risvegliarla se mai dormisse. Ci sedemmo nel cortile della casa che la separava dal mare, per un breve tratto. Io non so se chiamarlo coraggio o imprudenza perché avevo appena i 18 anni. Chiedo un volume di Tito Livio e così, per ozio, mi metto a leggere e continuo anche a farne appunti. Quand’ecco un amico ed ospite dello zio, appena venuto dalla Spagna, alla vista mia e di mia madre seduti, ed io che per giunta leggevo, rimprovera lei per la propria indolenza e me di poco giudizio. Già faceva giorno da un’ora e pur tuttavia la sua luce era incerta e quasi languente, già erano crollate le case intorno e benché fossimo in un luogo aperto ma angusto grande e certo era il timore di un crollo. Allora, finalmente ci parve bene di uscire dalla città. Ci segue una folla sbigottita in gran massa incalza e preme chi fugge. Usciti dall’abitato ci fermammo. Quivi assistiamo a molti fenomeni e molti pericoli. Infatti i carri che ci facemmo venire dietro sebbene il terreno fosse pianeggiante andavano indietro e neppure con il sostegno di pietre restavano nello stesso punto. Inoltre si vedeva il mare riassorbito in sé stesso e quasi respinto dal terremoto. Certamente il litorale si era allargato e molti pesci restavano a secco […]. Allora mia madre cominciò a pregarmi, a scongiurarmi, a ordinarmi, che, in qualunque modo io fuggissi; lo facessi io perché giovane; ella, appesantita dall’età e dalle stanche membra sarebbe morta felice di non essere stata la mia causa di morte. Ma io risposi di non volermi salvare che con lei; poi pigliandola per mano la costringo ad affrettare il passo; ella mi segue a stento e si lamenta perché mi rallenta il cammino […].Si fa notte, non di quelle nuvolose e senza luna, ma come quando ci si trova in un luogo chiuso, spente le luci. Avresti udito i gemiti delle donne, le urla dei bambini, le grida dei mariti; gli uni cercavano a gran voce i padri; gli altri i figlioli; gli altri i consorti; chi commiserava la propria sorte; chi quella dei suoi. Vi erano di coloro che, per timore della morte, la invocavano. Molti supplicavano gli dei; molti ritenevano che non ve ne fossero più e che quella notte dovesse essere l'ultima notte del mondo.[…] Finalmente si attenuò quella caligine e svanì come in fumo e nebbia; quindi fece proprio giorno ed apparve anche il sole. […]Ma il timore prevaleva.  Intanto continuavano le scosse di terremoto e molti, fuori di senno, con le loro malaugurate predizioni si burlavano del proprio e del male altrui. Noi, però, benché salvi dai pericoli ed in attesa di nuovi, neppure allora pensammo di partire, finché non si avesse notizia dello zio.”

Plinio saprà poi che lo zio, Plinio il Vecchio, era morto (di ciò si è parlato in Umbria left, del 27/02/2015) mentre con grande dispendio di energie si era adoperato di recare aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto.

La scienza dei terremoti è una scienza antica. Da sempre i terremoti sono stati oggetto di osservazioni e interpretazioni. In Grecia e nel mondo latino, non sono pochi i filosofi e scrittori che se ne sono occupati. Non è di questo argomento - molto scientifico e filosofico - che a conclusione di queste pagine vogliamo scrivere, ma tornare a Seneca  e alla sua fiducia nel progresso della scienza, come dimostra nella sua opera “Questioni naturali”:

“Gioverà anche mettersi nella disposizione d’animo che gli dei non fanno niente del genere e che gli sconvolgimenti del cielo e della terra non sono le conseguenze della collera divina: questi fenomeni hanno le loro cause […] Per noi che ignoriamo la verità, sono terribili tutti i fatti la cui rarità accresce la nostra paura […] Poiché la causa del nostro timore è l’ignoranza, non vale la pena di sapere, per non avere più paura?”

NOTA:  l’immagine illustra le case di un villaggio di montagna colpite dal grande terremoto del 25 gennaio 1348, che danneggiò estesamente la Carinzia e il Friuli e parte del Veneto. La fama di questo disastro colpì fortemente la società europea del tempo. L’affresco fu dipinto da M. Wurmster di Strasburgo nel 1362 circa, nel Castello di Karlstein, in Boemia.

 

 Maria Pellegrini

 

 

 

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