Mecenate, protettore di letterati e artisti
di Maria Pellegrini.
Coltissimo, raffinato, discendente da un’antica famiglia etrusca, C. Cilnio Mecenate fu insieme ad Agrippa il più valido e leale collaboratore dell’imperatore Augusto. Agrippa, povero e di origini modeste, coetaneo e in gioventù compagno di studi del giovane Ottaviano, si schierò fedelmente sempre dalla sua parte. Ricoprì numerosi consolati ed ebbe anche la potestà tribunizia e l’imperio proconsolare. Al contrario, Mecenate proveniva da una ricca famiglia di Arezzo e si diceva che discendesse addirittura da stirpe regale (chiunque abbia frequentato il liceo ricorderà l’incipit di un’ode dell’amico Orazio: “Mecenas atavis edite regibus”: “O Mecenate discendente di antichi re”). Era nato il 13 aprile di un anno che oscilla tra il 70 e il 60 e dovette comunque essersi traferito presto da Arezzo a Roma probabilmente insieme al padre. L’attività che principalmente lo ha reso famoso nei secoli è senza dubbio quella di protettore delle lettere (egli stesso era poeta e raffinato esperto d’arte) tanto che il suo nome ha assunto per antonomasia il significato di protettore generoso di artisti e letterati.
Pur avendo rapporti diretti con i principali ingegni del suo tempo e occupandosi personalmente delle direttive della politica culturale, Augusto lasciò il compito specifico di “ministro della cultura” al suo fido collaboratore Mecenate, che svolse una funzione essenziale: seppe riconoscere l’estro di grandi poeti e li orientò con discrezione, ma con fermezza, verso la celebrazione del Principato. Con grande diplomazia Mecenate seppe intrecciare rapporti, che poi si mutarono in amicizia, con intellettuali e poeti riuniti in un circolo letterario di cui fecero parte non solo personaggi noti e illustri come Virgilio, Orazio, Properzio, ma anche altri di cui non si sono conservate le opere come Quintilio Varo, Domizio Marso, Plozio Tucca, Lucio Vario Rufo.
Prima di dedicarsi esclusivamente alla politica culturale fu un energico uomo d’azione, partecipò nel 43 alla battaglia di Modena contro Antonio; nel 42 a quella di Filippi contro i cesaricidi; nel 40 fu il principale artefice degli accordi di Augusto con Antonio a Brindisi; nel 37-36 nell’ultima guerra contro Sesto Pompeo (figlio di Pompeo Magno) fu lasciato da Augusto come “custode” della stessa Roma come scrisse un anonimo poeta in una elegia in sua lode: “Tu la destra del benigno Augusto, tu custode della città di Roma”. Incerta invece la sua presenza alla battaglia di Azio, nel 31, che Augusto intraprese contro Antonio e Cleopatra e terminata con la loro sconfitta e fuga. Nel 30, mentre Augusto era ancora in Egitto all’inseguimento dei due sconfitti, fu scoperta una congiura organizzata da Emilio Lepido (figlio dell’ex triumviro) che si proponeva di assassinare l’imperatore al suo rientro in Italia. Mecenate con decisione intervenne al momento opportuno, stroncando sul nascere il luttuoso progetto e facendo giustiziare il cospiratore. Alla fine di quello stesso anno, colpito da una grave malattia, si ritirò dalla politica limitandosi ad un’intensa attività di consigliere di Augusto, ma dedicandosi soprattutto al circolo letterario che aveva creato intorno a lui, e all’otium nei suoi splendidi giardini sull’Esquilino. “Preferì la quercia ombrosa e le acque che sgorgano in basso / e i pochi iugeri di terra di un fruttuoso terreno;/ venerando le Pieridi e Febo in dolci giardini. […] Cosa avrebbe dovuto fare? Aveva svolto / il suo ruolo di fedele compagno, allo stesso tempo soldato /e sempre fino in fondo devoto ad Augusto”. Così si legge nella elegia di cui si è detto prima. Il suo ideale, in realtà, restò sempre il raggiungimento della pace che ponesse fine alle lotte fratricide e ai laceranti conflitti che da un secolo si susseguivano, e desse alla gente tranquillità e benessere.
Avversò la carriera politica, non volle incarichi ufficiali amministrativi o politici rimanendo sempre nel rango equestre al quale apparteneva. Egli sapeva bene che le cariche istituzionali erano ormai prive di un effettivo valore, in quanto i magistrati erano semplici esecutori delle direttive del Principe. Venuti dunque meno i suoi impegni diplomatici e politici, ma anche per sua libera scelta di vita, egli preferì godere un’autorità priva di potere, più consona al suo temperamento e all’orgoglio che gli impediva di mettersi in lizza con arrivisti e politicanti.
Intorno al 23 si verificò un raffreddamento dei suoi rapporti con Augusto, dovuto a due motivi: il tradimento della moglie Terenzia, divenuta una delle amanti dell’imperatore, e la partecipazione di Terenzio Murena, fratello di Terenzia, alla congiura di Fannio Cepione contro Augusto. In quell’occasione Mecenate rivelò alla moglie Terenzia che il fratello era in pericolo perché chi vigilava sulla vita di Augusto stava indagando sui piani e i nomi dei congiurati intenzionati a ucciderlo. Ma Murena, avvertito dalla sorella, non ascoltò i suoi consigli; scoperto insieme agli altri cospiratori fu catturato e giustiziato. L’aver rivelato ad altri un segreto di stato, sia pure si trattasse della moglie, fu considerata una colpa gravissima, l’unica - secondo il biografo Svetonio - che Augusto poteva rimproverare al suo fedele collaboratore. Anche il prestigio di Mecenate in seguito a questo processo subì un progressivo declino: Augusto non lo perdonò, anche se testimonianze antiche alludono a futuri rapporti ancora amichevoli fra loro: lo dimostra il fatto che Mecenate morendo lasciò le sue immense ricchezze all’imperatore.
Dai poeti del suo circolo ricevette segni di riconoscenza, stima, affetto perché egli non era solo il garante del sostentamento materiale dei poeti, ma anche un dotto che indirizzava le scelte poetiche e seguiva le opere dei suoi protetti e spesso il suo rapporto con loro andava oltre il ruolo che Augusto gli aveva affidato e diventava amicizia. Con Orazio, in particolare ebbe un’amicizia assolutamente unica, che travalicava il rapporto tra patrono e cliente, era basata sull’affetto, il rispetto e la dedizione reciproca. Leggiamo in Orazio: “Grande orgoglio e sostegno della mia condizione. Cosa potrei fare io, al quale la vita / è piacevole se tu sei in vita, altrimenti è insopportabile?” Properzio così si rivolge a lui: “O vanto, o giustamente grande parte della mia fama”, Virgilio lo invita: “Stammi vicino e percorri insieme a me la fatica cominciata, o Mecenate.” E ancora: “I tuoi ordini non sono facili da seguire, ma senza di te / la mia mente non può intraprende nulla di grande”. L’anonimo autore della Laus Pisonis gli attribuì anche il merito di “aver risparmiato ai poeti un’indigente vecchiaia”.
Testimonianze di altri autori latini posteriori espressero invece giudizi malevoli sullo stile delle sue opere e il suo modo di vivere. Emerge un ritratto poco edificante di Mecenate: un gaudente amante dell’ozio e delle mollezze, un effeminato, un dissoluto dai gusti lascivi, un indolente, un eccentrico ben lontano dal praticare nella vita gli ideali di restaurazione moralistica propugnati da Augusto. Tacito mostra un Mecenate innamorato del pantomimo Batillo, Seneca lo ritrae addolorato per i tradimenti della moglie, e rammollito dalla ricchezza, né gli risparmia frecciate ostili sull’eccentricità del suo abbigliamento; poco lusinghieri sono gli epiteti riservatigli da Giovenale: “stravaccato” e “dissoluto”; irridente il giudizio di Tacito che alludendo all’artificiosità dei versi li paragona a riccioli ottenuti trattando i capelli con il ferro caldo; Seneca, non esita poi a definire i suoi scritti quelli “di un ubriaco, contorto e pieno di stravaganze”. Seneca mostra la sua sferzante inclemenza anche quando Mecenate affida ai suoi versi un umano e disperato amore per la vita in una sorta di preghiera a qualche divinità: “Rendimi infermo nella mano, infermo nel piede zoppo, fammi crescere una protuberanza gibbosa, fammi cadere i denti vacillanti: finché resta la vita, va bene; mantienimi questa, anche se un acuto dolore mi immobilizzi del tutto”. Per Seneca, filosofo stoico, era “turpissimum vitium” la paura della morte di quel discendente di re seguace dell’epicureismo e giunto alle soglie della vecchiaia.
Questi giudizi negativi sono in realtà dettati da moralismo di fronte a abitudini di vita diversi da quelli tradizionali romani. Anche se alcune testimonianze citano Mecenate come deplorevole esempio di dissolutezza e debolezza di carattere, e ne biasimano le abitudini stravaganti (come quella di portare sempre la tunica sciolta, il che era ritenuto segno di disordine e trasandatezza), egli ebbe alti pregi personali: un forte senso dell’amicizia, che sa superare i dissapori e annullare le distanze sociali, il disdegno per gli onori, l’amore della natura nella quale egli sentì una funzione pacificatrice dell’animo, la promozione della cultura e l’arte.
È comunque certo che l’abile attività di Mecenate ottenne il risultato di contribuire, attraverso le opere dei suoi amici poeti, a glorificare il regime augusteo, anche se non era stato questo il suo scopo diretto e il suo ideale di governo era un Principato moderato, l’unica garanzia contro la ricaduta nel disordine e nella feroce violenza che l’aveva preceduto.
Nonostante i suoi grandi meriti, fu però ripagato dai posteri soltanto con il dono della perennità del suo nome, attribuito ai protettori di artisti e letterati. Quasi nulla, resta delle sue opere, soltanto pochi frammenti che mostrano uno sperimentalismo esasperato, tendenza che è stata interpretata come il segno di un’anima inquieta.
La vita matrimoniale di Mecenate fu travagliata. Seneca descrive Terenzia come una donna capricciosa e stravagante, di carattere difficile, una moglie bisbetica che rendeva il marito ansioso, addolorato per i litigi quotidiani e insonne per le sue pene amorose. Mecenate fu costretto a temporanee separazioni da Terenzia, ma dopo un periodo di allontanamento la riaccoglieva in casa tanto che Seneca ironizza: “si sposò mille volte, ma sempre con la stessa donna”. A ferirlo fu la passione tra lei e Augusto, ma sopportò con rassegnazione, spinto forse anche da opportunismo, per non entrare in conflitto con Augusto. Sulla passione di Augusto per Terenzia Cassio Dione ritiene che nel 16 l’imperatore si allontanò da Roma “per poter vivere insieme a lei altrove senza essere perseguitato dalle chiacchiere della gente, dato che a Roma si faceva un gran mormorare sul loro conto, infatti la passione che nutriva per questa donna era fortissima”.
A consolare il grande protettore di poeti c’era però un attore, un pantomimo, di nome Batillo, di 15-20 anni più giovane di lui. Notoria ai suoi tempi era l’intensa passione amorosa provata e vissuta da Mecenate nei confronti di questo ragazzo originario di Alessandria d’Egitto, chiamato a Roma da Augusto per allestire le feste sceniche da lui volute. Su questo amore abbiano le testimonianze di Lucio Anneo Cornuto, Tacito, Cassio Dione e Orazio.
Immagine di Mecenate: www.arte21.it




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