di Catiuscia Marini

 

Pietro Ingrao compie oggi cento anni. Voglio anche io, a nome di tutta la comunità umbra e delle sue istituzioni, a cominciare dalla Regione, esprimere i sentimenti più profondi e sinceri di saluto e di augurio per una personalità cosi forte ed importante non solo per la vicenda nazionale dell’Italia repubblicana, ma per la storia appunto di questa nostra terra umbra che deve non poco proprio alla ricchezza e alla tenacia del suo impegno politico culturale e civile, dentro le lotte operaie e contadine, negli anni ‘50, ‘60 e ‘70, nella elaborazione di una visione dell’Umbria capace di infrangere e oltrepassare più antichi ed angusti orizzonti municipalistici e localistici, fino a fare della nostra piccola regione un territorio esemplare e protagonista delle necessità e delle possibilità di un rinnovamento profondo dell’Italia dopo la prima fase della storia repubblicana.

Il mio ricordo va prima di tutto alla trama intensa e profonda dei legami di Pietro Ingrao con Perugia e con l’Umbria che cominciano ben prima del 1958, quando venne eletto al Parlamento capolista del PCI nella nostra regione, in un impegno che arrivò interrottamente fino al 1993, quando per propria scelta fini quell’esperienza parlamentare che lo aveva visto presidente della Camera dei Deputati in una delle fasi più difficili e drammatiche della storia repubblicana, segnata dal rapimento e dalla uccisione di Aldo Moro.

Furono, infatti, i legami con Aldo Capitini, con Walter Binni, nella trama dell’impegno antifascista che lo avevano già portato le prime volte i Umbria.
E poi più avanti, dopo il 1958, immerso nelle lotte popolari, nella progettazione e nel rilancio della funzione dei poteri locali fino alle questioni difficili dello sviluppo e della nuova qualità sociale, in una visione di liberazione umana che traeva poi nel pacifismo della Marcia della pace Perugia-Assisi il suo più profondo orizzonte culturale ed ideale.

Qui stanno certo le due radici più profonde che in un ricchissimo pluralismo recano nella storia umbra il segno più forte e diretto della vita e del pensiero di Pietro Ingrao: il regionalismo,prima di tutto, espressione non certo chiusa della cultura di un territorio, quanto piuttosto visione avanzata di una nuova statualità capace di essere parte attiva di un nuovo sviluppo avanzato e moderno, connesso al protagonismo dei soggetti sociali e prima di tutto alla valorizzazione del lavoro e della identità individuale e collettiva che vi è storicamente connessa.

E poi il pacifismo, l’allargamento della lezione ‘capitiniana’ alla trasformazioni del mondo che lo portarono ad opporsi anche nelle aule parlamentari a tante avventure militariste spesso in una fortissima solitudine. Di qui l’orgogliosa rivendicazione di quel principio costituzionale dell’Italia che ripudia la guerra, secondo una visione che lo aveva accomunato a tante personalità del mondo cattolico, da Dossetti a Scalfaro.

Ecco, caro Pietro, il ringraziamento che voglio mandarti in questi pensieri riconoscendo quanto anche la mia generazione più giovane di donne e di uomini che oggi sono al governo dell’Umbria, ti deve per quel rigore, per quello stile austero, per quella tenacia che hai espresso in una dimensione della politica come costruttrice di libertà, per donne e uomini, per le donne prima di tutto, che da quella lezione hanno tratto non poche ragioni per la ricerca di una nuova autonomia, di una soggettività che torna non poco a quegli orizzonti, anche teorici, che hai saputo seminare per decenni nel pensiero politico italiano.

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