Andrea Colombo

 

L’ordine di scu­de­ria è chiaro: la bomba Mau­ri­zio Lupi va disin­ne­scata prima che esploda. In con­creto prima che arri­vino in aula le mozioni di sfi­du­cia pre­sen­tate alla Camera da Movi­mento 5 Stelle e Sel (non dalla Lega, con moti­va­zione biz­zarra: sono già troppo occu­pati nel cer­care di cac­ciare Ange­lino Alfano) e prima che a qual­cuno venga in mente di ten­dere la stessa trap­pola al Senato, dove il tra­bal­lante mini­stro rife­rirà sullo scan­dalo della Tav di Firenze nei pros­simi giorni. C’è un solo modo per disin­ne­scare la mina: con­vin­cere il riot­toso a pre­sen­tare le pro­prie dimis­sioni. Pec­cato che lui, al momento, non ne voglia sen­tir parlare.

Renzi ci ha pro­vato per tutto il giorno. Ha par­lato con Alfano, più volte con lo stesso Lupi, è pos­si­bile che i due, con la dovuta discre­zione, si siano anche visti di per­sona. Ma la moral sua­sion del pre­mier non ha per­suaso il mini­stro delle infra­strut­ture a togliere il disturbo: «Non sono inda­gato. Per­ché dovrei dimet­termi?». Deci­sione raf­for­zata in Lupi dalla con­vin­zione, forse giu­sta e forse no, che il suo sacri­fi­cio si renda neces­sa­rio anche per­ché il caso della Tav fio­ren­tina, per motivi sin troppo ovvi, è per Mat­teo Renzi par­ti­co­lar­mente sen­si­bile e pre­oc­cu­pante. Non che Lupi abbia torto, ma l’opportunità poli­tica dice tutt’altra cosa. Spe­cial­mente nel caso di un mini­stro il cui dica­stero è costel­lato da scan­dali sem­pre più enormi, con qual­che regalo di troppo inviato in fami­glia. Ancor più spe­cial­mente in un governo pre­sie­duto da chi a suo tempo, quando sulla gra­ti­cola c’era la mini­stra Can­cel­lieri, si era schie­rato a voce altis­sima per le dimissioni.

Renzi ci prova. Forse qual­che minimo spi­ra­glio lo schiude, ma a sera la deter­mi­na­zione del resi­stente è ancora salda. Non si dimet­terà, fanno sapere fonti del mini­stero delle Infra­strut­ture rispon­dendo indi­ret­ta­mente al sot­to­se­gre­ta­rio alla pre­si­denza Gra­ziano Del­rio secondo cui, spon­ta­nea­mente e per pura gene­ro­sità, Lupi sta­rebbe valu­tando l’addio. «Non c’è nes­sun obbligo da parte del mini­stro», esor­di­sce. Ci sono però «le valu­ta­zioni poli­ti­che» in merito alle quali «a oggi nes­suno di noi può assu­mere, senza con­tezza delle carte, deci­sioni». Potrebbe farlo Mau­ri­zio Lupi, que­sto sì, per­ché «il sin­golo lo può fare a pre­scin­dere. Credo che una valu­ta­zione da parte sua sia in corso».

A smen­tire tanto otti­mi­smo ci pen­sano le già citate fonti ano­nime e infor­mali del mini­stero. In realtà, però, le parole di Del­rio vanno lette con atten­zione. Sve­lano, sia pure in forma ellit­tica, quale sia la ten­ta­zione che si sta affac­ciando a palazzo Chigi: al momento Renzi intende fare il pos­si­bile e anche di più per spin­gere Lupi a un gesto spon­ta­neo. Ma se dovesse fal­lire non esclude una uscita pub­blica che ren­de­rebbe la posi­zione del mini­stro quasi inso­ste­ni­bile: un pro­nun­cia­mento a favore delle dimis­sioni, sia pur solo per motivi di oppor­tu­nità politica.

E’ il mas­simo che il capo del governo possa fare. Il pre­si­dente del con­si­glio non ha il potere di far dimet­tere un mini­stro, tanto che almeno in un caso, quello di Filippo Man­cuso, mini­stro della Giu­sti­zia nel governo Dini, nes­suna pres­sione, inclusa quella estrema dell’invito uffi­ciale da parte del pre­mier, fu suf­fi­ciente: si dovette ricor­rere alla mozione di sfi­du­cia indi­vi­duale. Pro­prio quel che Renzi vuole evi­tare, per­ché quella mozione ver­rebbe pro­ba­bil­mente votata da una parte del Pd e boc­ciata invece da Forza Ita­lia. Il danno d’immagine per il governo è già letale. Un soste­gno simile al mini­stro di rife­ri­mento di Comu­nione e Libe­ra­zione lo ren­de­rebbe esi­ziale. Per que­sto la situa­zione deve essere sbloc­cata, in un modo o nell’altro, prima che a deci­dere sia l’aula. Certo, tutto sarebbe molto più facile se Renzi potesse con­tare sul pieno appog­gio di Ange­lino Alfano, ma il mini­stro degli Interni e lea­der di Ncd, almeno per ora, non se la sente di entrare in con­flitto con l’uomo che garan­ti­sce una delle poche sac­che di voti a dispo­si­zione del suo par­tito, quella appunto di Cl.

Nono­stante i piedi pun­tati, però, che Lupi rie­sca dav­vero a man­te­nere il suo potente mini­stero pare molto impro­ba­bile. Il pro­blema però non è rap­pre­sen­tato solo da lui, e nep­pure dal gruppo che si era anni­dato nel mini­stero da cui dipen­dono tutti i lavori pub­blici. «Lupi deve dimet­tersi — afferma la pre­si­dente dei sena­tori di Sel Lore­dana De Petris — ma il pro­blema della cor­ru­zione non si risol­verà senza can­cel­lare la Legge Obiet­tivo del 2001 che è il vero ele­mento cri­mi­no­geno. Del resto, Incalza al mini­stero chi ce l’ha por­tato se non il padre di quella legge, l’allora mini­stro Lunardi?».

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