di Andrea Fabozzi

Il giorno dopo, let­ture amare per Gianni Cuperlo e Pier­luigi Ber­sani. "Sono col­pito dai gior­nali, la mino­ranza viene descritta in modo un po’ spre­gia­tivo", dice Cuperlo. "Mi ha ferito leg­gere alcuni com­men­ta­tori soste­nere che la nostra posi­zione sulle riforme sarebbe legata alle pol­trone, è offen­sivo", aggiunge Ber­sani. In effetti nes­suno, a par­tire dai grandi gior­nali che tifano Renzi, ha capito la mossa della mino­ranza Pd nell’ultimo pas­sag­gio alla camera della riforma costi­tu­zio­nale. Cri­ti­che pesan­tis­sime, allarmi seri, ma voto favo­re­vole "per non fre­nare il pro­cesso rifor­ma­tore". E poi la pro­messa (un’altra) che si tratta dell’ultima volta, se non ci saranno modi­fi­che alla legge elet­to­rale. Eppure Renzi ha detto e ridetto che dell’Italicum non cam­bierà una virgola.

Mai com­ple­ta­mente ripre­sasi dall’esito delle ele­zioni di due anni fa, la cor­rente ber­sa­niana è adesso nel momento di mag­giore dif­fi­coltà. Renzi non solo non con­cede nulla, ma divide gli avver­sari interni e parec­chi ne con­qui­sta. I non ren­ziani, a que­sto punto, per essere con­se­guenti dovreb­bero votare con­tro una riforma che hanno già appro­vato due volte, sia al senato che alla camera. E disporsi poi a fare cam­pa­gna per il no al refe­ren­dum. Lo faranno?

Mas­simo D’Alema ieri ha fatto capire che con­si­dera il refe­ren­dum una causa persa. "È una fin­zione per come sarà posto: o man­giate que­sta mine­stra o si ritorna al pas­sato. Sarà una spe­cie di ple­bi­scito". È vero, ma il pro­blema non è nel refe­ren­dum quanto nella riforma che — con lo stru­mento dell’articolo 138 pre­vi­sto per la manu­ten­zione della Costi­tu­zione — ha riscritto il 35% della Carta. Il que­sito non potrà essere omo­ge­neo. Come non fu omo­ge­neo quello, soste­nuto da tutta la sini­stra del 2006, D’Alema com­preso, che fermò la riforma di Ber­lu­sconi e Cal­de­roli: agli elet­tori fu chie­sto di votare sì o no alla devo­lu­tion insieme al pre­mie­rato. "Il pro­blema — ha aggiunto ieri D’Alema — è il que­sito che si rivolge ai cit­ta­dini. L’ultimo son­dag­gio diceva che il 78% degli ita­liani è favo­re­vole all’elezione del senato. Se si chie­desse 'volete sce­gliere i par­la­men­tari o li volete nomi­nati dai par­titi' non avrei dubbi sull’esito".

"Sono pre­oc­cu­pato per il futuro della demo­cra­zia, è una cat­tiva riforma del bica­me­ra­li­smo", aggiunge D’Alema. Ma l’affondo è anche sulla legge elet­to­rale che "riduce il potere dei cit­ta­dini" e aumenta quello delle oli­gar­ghie: "Due terzi dei par­la­men­tari ver­ranno nomi­nati, que­sto restringe la par­te­ci­pa­zione". La richie­sta è quella di cor­reg­gere l’Italicum quando, dopo le regio­nali, sarà votato dalla camera (dovrebbe così tor­nare al senato). La stessa cosa chiede Ber­sani. E con lui Cuperlo, che però inter­vi­stato dal Tg3 ha evo­cato la scis­sione nel Pd: "In gioco non c’è il rap­porto tra mag­gio­ranza e mino­ranza, ci pensi il pre­si­dente del Con­si­glio. In discus­sione c’è l’unità e la tenuta del Pd".

Anche nei toni il lea­der di "sini­stra dem" — che ha lan­ciato l’incontro del 21 aprile a Roma dove aspetta diversi costi­tu­zio­na­li­sti cri­tici con la riforma — si distan­zia da Ber­sani. L’ex segre­ta­rio ripete che "il Pd è casa mia, è casa nostra. Non vedo scis­sioni". Men­tre il ber­sa­niano Alfredo D’Attorre fiuta la trap­pola della dram­ma­tiz­za­zione: "Non c’è nes­sun auto­ma­ti­smo tra un even­tuale voto in dis­senso dal gruppo sulle riforme costi­tu­zio­nali e l’uscita dal par­tito", assicura.

Ma se le scis­sioni ad evo­carle si rea­liz­zano, resi­ste la vec­chia con­vin­zione che sia impo­po­lare agi­tarle in fac­cia agli elet­tori. A que­sta si richiama il capo­gruppo Roberto Spe­ranza, pro­ve­nienza ber­sa­niana, con­vinto che "la parola scis­sione non è parte del voca­bo­la­rio Pd". Ma soprat­tutto il vice­se­gre­ta­rio Lorenzo Gue­rini, secondo il quale "mani­fe­stare ogni giorno rischi di tenuta del Pd non è utile" e "divi­derci è l’ultima cosa che il nostro popolo ci chiede". Quanto alla mini­stra Maria Elena Boschi, per lei "biso­gna sce­gliere ed essere leali2, per­ché "le riforme le abbiamo con­di­vise prima di tutto all’interno del Pd". La mino­ranza pro­ba­bil­mente non sarà d’accordo, ma Boschi ha anche un’altra cer­tezza: "Al senato una parte di Forza Ita­lia voterà a favore del dise­gno di legge, per­ché ha con­tri­buito a scriverlo".

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