di Maria Pellegrini

 

Sulla Giornata internazionale della donna, comunemente definita “Festa della donna”, che ricorre l’8 marzo di ogni anno si è detto tutto e il contrario di tutto. Le donne, vezzeggiate in questa giornata, la considerano spesso un gesto di riconoscimento del potenziale femminile che avviene una volta all’anno, e disatteso nella  quotidianità. Ogni giorno ci arrivano notizie di donne martirizzate dalla ferocia e barbarie degli uomini, di “certi” uomini naturalmente, non si può generalizzare, ma da una recente ricerca risulta che la maggiore proliferazione di tweet intolleranti, nel nostro paese, riguarda la misoginia, oltre un milione di tweet parlano di intolleranza nei confronti delle donne. È infatti la misoginia il fenomeno esplosivo che emerge da questo studio. I dati italiani sui cosiddetti femminicidi sono noti a tutti: ogni giorno una donna viene uccisa dal marito o dall’amante.

Chiunque abbia il buon senso di riconoscere la verità, dovrà ammettere che, nonostante il riconoscimento di un ruolo sociale delle donne più importante che in passato, il nostro mondo è ancora improntato a una cultura che privilegia il potere maschile. Siamo ancora indietro sul piano dei diritti delle donne e sul riconoscere che esse hanno un altro punto di vista del mondo: due sguardi diversi, quello maschile e quello femminile, nessuno dei due migliore dell’altro, ma da rispettare con pari valore e pari dignità. C’è ancora molto da fare sul cammino della parità di genere. Ben venga l’otto marzo se questa data simbolica sarà un’occasione per riflettere su cosa abbiamo conquistato, per cosa dobbiamo ancora lottare, cosa stiamo sbagliando. Siamo noi che possiamo dare valore al simbolo che la festa della donna può rappresentare.

 

Fin dall’antichità il destino delle donne sembra essere stato quello di ribellarsi all’ordine imposto dalla dominazione maschile

Se guardiamo alle figure del mito o alle eroine tragiche, esse rispecchiano nel bene e nel male i ruoli che la società antica assegnava alle donne. Esse sono figlie buone quando accettano di vendicare il loro padre (Elettra, che uccise Egisto per vendicare suo padre assassinato da lui), cattive quando lo tradiscono (Scilla, che tradì il padre per amore di Minosse). Sono sorelle buone quando accettano di sacrificarsi per i loro fratelli (Antigone, che sfidò la legge per dare sepoltura al fratello), spose virtuose quando accettano di morire al posto del loro sposo (Alcesti, che accettò di morire al posto del marito Admeto), o gli restano fedeli come Penelope a Ulisse, criminali quando commettono adulterio (Elena di Troia, che fuggì con Paride abbandonando Menelao, suo marito), o uccidono il loro sposo (Clitemnestra, che uccise Agamennone). Sono madri buone quando cercano di punire l’uccisore del proprio figlio (Ecuba, che privata del figlio Polidoro morto per mano Polimestore cercò di uccidere l’assassino), ma odiose quando danno la morte ai figli per vendicarsi di un marito (Medea, che uccise i due figli per vendicarsi di Giasone che l’aveva abbandonata).

Le figure femminili del mito sono archetipi nei quali le donne possono ancora riconoscersi.

Fra tutte le protagoniste o comprimarie di opere letterarie dell’antichità, reali o mitologiche, particolarmente moderna e ricca di elementi simbolici è la figura di Cassandra il cui mito antichissimo è capace di parlarci da profondità remote. Era figlia di Priamo, re di Troia, e di Ecuba. Secondo una tradizione più comune aveva ottenuto il dono della profezia da Apollo, conquistato dalla sua bellezza, a condizione che ella accondiscendesse ai suoi desideri. Poiché Cassandra, una volta acquisite le virtù profetiche, respinse l’amore del dio, fu da lui punita: vanificando il suo stesso dono, Apollo infatti fece in modo che nessuno credesse ai vaticini di lei. Ancora bambina, alla nascita di Paride predisse il suo ruolo di distruttore della città, profezia non creduta da Priamo ed Ecuba. Profetizzò sciagure quando il fratello partì per raggiungere Sparta, predicendo il rapimento di Elena e la successiva caduta di Troia, ma nessuno l’ascoltò. Più tardi tentò invano di mettere in guardia il suo popolo circa il nefasto esito del conflitto con i greci, ammonendolo a non introdurre all’interno delle mura il cavallo offerto, con astuto inganno, dagli achei in segno di resa. ma rimase inascoltata. Quando Troia fu messa a ferro e fuoco si rifugiò nel santuario di Atena ai piedi del simulacro della dea (il Palladio), ma da qui fu strappata a forza e violentata da Aiace figlio di Oìleo.

Assegnata nella spartizione del bottino di guerra al greco Agamennone, Cassandra fu condotta nella sua reggia a Micene e si trovò a dover condividere lo stesso tetto con la moglie dell’eroe, Clitennestra, in qualità di concubina. Profetizzò all’Atride la sua rovina, ma quest’ultimo non volle credere alle sue parole, cadendo così nella congiura organizzata contro di lui dalla moglie e da Egisto, suo amante, nella quale morì  Cassandra stessa.

Mentre era in patria il suo ruolo di veggente era sgradito perché i suoi oracoli non erano corrispondenti ai desideri di Priamo o da coloro ai quali profetizzava sventure. Ma è proprio questo che ella rifiuta, la supina acquiescenza al potere. Invece di pronunciare vaticini che incoraggino il suo popolo alla guerra contro i greci, Cassandra, si oppone al conflitto e probabilmente conosce la menzogna che ne sta alla base: esso non si è originato in conseguenza del ratto della bella Elena da parte di Paride, quanto piuttosto per i più realistici interessi economici legati al controllo dell’accesso all’Ellesponto, la via del commercio per mare verso l’Oriente, a quel tempo in mano ai troiani. Cassandra, relegata nel ruolo di veggente pazza perché non omogenea alla visione del potere maschile, subisce un altro tipo di violenza: quella di non essere ascoltata, né creduta. Non prevedendo quello che gli altri vogliono che lei preveda, inizia a perdere l’amore e la stima altrui e diviene emarginata nella sua stessa patria, nella sua stessa famiglia. In questa “lotta per la libertà” che vede una donna contrapposta al potere, la giovane troiana è esclusa dagli affetti familiari e infine è vittima del disprezzo di tutti.

Cassandra, simbolo di grande umanità e sensibilità in un mondo dominato dalle figure maschili, è descritta da Christa Wolf (in “Cassandra”, pubblicato nel 1983) come l’unica ad avere la capacità non divina, ma tutta umana di vedere la realtà quale essa è, senza menzogne, compromessi o illusioni. A partire dall’antichità, gli uomini hanno cancellato la verità con la menzogna, la libertà di pensiero con la censura, l’amicizia sincera con la ragion di stato, la sensibilità con la violenza, gli ideali con la ricerca sfrenata e inarrestabile del potere. Il libro della Wolf si è affermato in tutto l’occidente come un testo fondamentale del movimento femminista. Il suo significato va però assai oltre: la resistenza alle logiche del potere, il rifiuto della guerra, l’utopia di un’umanità finalmente matura, la forte coscienza morale, la ribellione e opposizione agli inganni, all’invenzione di pretesti per commettere soprusi e giustificare ogni oppressione e ingiustizia sono un messaggio attualissimo.

Cassandra che non rinuncia a parlare anche se rimane inascoltata rappresenta forse  ogni concezione civile della cultura.

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