In Umbria si muore ancora di Aids
Oggi, a distanza di vent’anni, l’attenzione sul virus Hiv è molto diminuito. Le precauzioni fanno parte di un bagaglio di conoscenze che trovano, però, scarsa attenzione. La sensibilità sul tema, da parte di giovani e adulti, è limitata dal fatto che “Oggi di Aids non si muore più!”.
Eppure i dati descrivono una realtà diversa: in Italia il quadro epidemiologico dell’infezione da HIV, descritto dal COA nel suo rapporto annuale, è stato presentato da Gianni Rezza, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive Parassitarie e Immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità, durante il XXVI Convegno Nazionale Anlaids (Firenze 29-30 novembre 2013).
La sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV, che riporta i dati relativi alle persone che risultano positive per la prima volta al test HIV, è stata attivata in tutte le regioni italiane. I dati riportati da questo Sistema di sorveglianza indicano che nel 2012 sono state segnalate 3.853 nuove diagnosi di infezione da HIV, di cui il 79,0% sono maschi. Nel 2012, sono stati diagnosticati 6,5 nuovi casi di HIV positività ogni 100.000 residenti, senza variazioni significative rispetto agli anni precedenti. Le regioni con l’incidenza più alta sono state Lombardia, Provincia Autonoma di Trento, Lazio ed Umbria.
“Ed in Umbria pure si continua a morire. Nel 2014 si passa a 48 casi rispetto ai 44 del 2013. A Città di Castello negli ultimi mesi, in particolare, ci sono stati due morti per Aids.” Affermano sia Alessandro Volpi di Assida che Bruno Marchini di Anlaids. “Abbiamo cercato di fare il possibile, cercando di farci sentire anche a livello istituzionale ma senza risposte concrete”. Continuano “Cercando di fare il possibile, ci si chiede anche dove sono i fondi per gestire emergenze, prevenzione e accoglienza in maniera adeguata”. A Perugia la situazione non è delle migliori come pure a Terni ma come poli ospedalieri di Infettivologia almeno non sono carenti come assistenza e cura.
I malati hanno un’età media compresa tra i 35 e i 50 anni, dato giustificato sia dalla latenza decennale della patologia sia dall’azione dei farmaci che fanno slittare l’insorgere dell’Aids.
Il problema più grande è la minor sensibilità sugli effetti di questa malattia. Oggi ci sono farmaci antiretrovirali efficaci, ma il virus costringe a una vita da “malato cronico”, che dovrà ricorrere ai medicinali per tutta la vita, con un progressivo deterioramento della condizioni fisiche.
Poche precauzioni vengono adottate dai giovani, ragazzi e ragazzini adolescenti che riservano scarsa attenzione alla malattia: « Con i nostri progetti - spiega Alessandro Volpi di Assida - cerchiamo di raggiungere i ragazzi ma soprattutto i genitori con un’informazione puntuale sulla malattia ma anche sugli indirizzi degli ambulatori MTS del territorio. E se da un lato, i locali pubblici a cui diamo le nostre tovagliette di carta sono molto interessati, i giovani sono decisamente più restii a informarsi, come se l’Aids rimanesse un tabù, un argomento che non li riguardi. Dicono di sapere già tutto e si dileguano». “Nell’anno scorso 4 nuovi sieropositivi tra i 17 e 19 anni si sono rivolti a noi” conferma una volontaria di Spazio Bianco presieduta da Titina Ciccone.
Investire sui giovani, dunque, sembra essere una missione impossibile: « Meglio coinvolgere tutta la famiglia – spiegano gli esperti sia di Anlaids che di Assida - Noi lavoriamo con la scuola ma ci rendiamo conto che non sono solo i ragazzi a dover essere coinvolti. La prevenzione deve passare dalla sensibilizzazione di tutti».
Tra i ragazzi, per esempio, è più facile ottenere attenzione parlando di malattie in generale o meglio ancora di disagio. Concludono: “Dobbiamo, poi, fare i conti con una società che se, da una parte minimizza i rischi, dall’altra è ancora portata a discriminare i malati».
Dati ANLAIDS, ASSIDA e SPAZO BIANCO

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