di Michele Giorgio

È una corsa con­tro il tempo per sal­vare Gaza da una nuova ondata di bom­bar­da­menti e attac­chi. Occorre una esten­sione della tre­gua di 72 ore comin­ciata mar­tedì alle 8. La dele­ga­zione israe­liana è tor­nata al Cairo sol­tanto ieri sera e nelle poche ore che man­cano alla fine del ces­sate il fuoco sarà impos­si­bile tro­vare un’intesa. In Egitto gli israe­liani sono andati all’unico scopo di rife­rire all’intelligence locale – che gesti­sce i nego­ziati indi­retti — la rispo­sta del governo Neta­nyahu alle richie­ste per una fine dura­tura dell’offensiva israe­liana con­te­nute nella posi­zione comune inter-palestinese ela­bo­rata dome­nica. La strada è lunga e il pes­si­mi­smo pre­vale in que­ste ore. Ieri abbiamo tele­fo­nato a col­le­ghi e cono­scenti pale­sti­nesi a Gaza che ci hanno rife­rito che tra la gente regna la cer­tezza di una ripresa degli attac­chi israe­liani, non appena il nego­ziato al Cairo avrà esau­rito tutte le sue possibilità.

Libe­rare la Striscia

È enorme la distanza tra Israele e i pale­sti­nesi. Scri­viamo pale­sti­nesi e non Hamas per­ché le richie­ste pre­sen­tate ai media­tori egi­ziani non sono più del movi­mento isla­mico ma della gente di Gaza e nel resto dei Ter­ri­tori occu­pati. Anche l’Anp del pre­si­dente Abu Mazen, libe­ran­dosi dai lacci delle pres­sioni occi­den­tali che di solito la para­liz­zano, è schie­rata die­tro l’obiettivo di libe­rare un milione e 800mila abi­tanti di Gaza dall’assedio israelo-egiziano, di aprire i vali­chi al pas­sag­gio di merci ed esseri umani, di per­met­tere ai pesca­tori di get­tare le reti fin dove lo con­sente il diritto inter­na­zio­nale, di eli­mi­nare il blocco navale e altro ancora. Tel Aviv e il Cairo non hanno alcuna inten­zione di per­met­tere a Gaza di diven­tare un ter­ri­to­rio libero e non più una pri­gione per quasi 2 milioni di per­sone. Israele però insi­ste per il disarmo di Hamas, al quale con­di­ziona la rico­stru­zione di Gaza. Tutt’al più potrebbe accon­ten­tarsi di misure lungo la fron­tiera tra Gaza e l’Egitto, decise con il Cairo, che impe­di­scano ad Hamas di riarmarsi.

I comandi mili­tari israe­liani sono certi di aver inferto all’ala mili­tare del movi­mento isla­mico un colpo deci­sivo, di aver distrutto gran parte dei depo­siti di razzi e le gal­le­rie sot­ter­ra­nee sca­vate dai com­bat­tenti di Ezze­din al Qas­sam a ridosso della linea di demar­ca­zione tra Gaza e Israele. «Hamas è stata col­pita dura­mente e l’esercito resta vicino al con­fine per pro­teg­gere il sud di Israele», ha com­men­tato ieri il capo di stato mag­giore Benny Gantz in un incon­tro con i coman­danti che sono stati impe­gnati nell’operazione a Gaza.

Per Gantz "la tra­gica deva­sta­zione nella Stri­scia" è da attri­buire solo ad Hamas. Come se gli F-16 che per oltre tre set­ti­mane hanno mar­tel­lato la Stri­scia e i carri armati e pezzi di arti­glie­ria che hanno raso al suolo Khu­zaa, parte di Beit Hanun, Shu­jayea e Tuf­fah aves­sero spa­rato con­fetti e cara­melle verso i cen­tri abi­tati pale­sti­nesi e non bombe e proiettili.

Di fronte alle cri­ti­che sem­pre più aperte delle agen­zie dell’Onu e delle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie inter­na­zio­nali, Israele sta impe­gnando risorse ed ener­gie umane per addos­sare ad Hamas e alle altre orga­niz­za­zioni armate la respon­sa­bi­lità del mas­sa­cro dei tanti civili pale­sti­nesi (circa il 75% delle 1875 vit­time pale­sti­nesi). Ieri sera è sceso in campo lo stesso pre­mier Neta­nyahu che ha fatto rife­ri­mento anche a infor­ma­zioni e imma­gini rac­colte da gior­na­li­sti stra­nieri, nei giorni scorsi a Gaza, per affer­mare che è Hamas la causa delle vit­time civili poi­ché spa­re­rebbe i suoi razzi da zone den­sa­mente popo­late. «Siamo dispia­ciuti pro­fon­da­mente per ogni sin­gola vit­tima civile a Gaza, la respon­sa­bi­lità è di Hamas», ha detto durante un incon­tro con la stampa estera a Geru­sa­lemme. Ha quindo par­lato di rispo­sta israe­liana «pro­por­zio­nata» alla minac­cia di oltre 3mila razzi spa­rati da Gaza. Poi, facendo leva sui timori gene­rali per le recenti con­qui­ste ter­ri­to­riali dei qae­di­sti in Medio Oriente, ha para­go­nato le azioni degli uomini di Hamas a quelle dello “Stato Isla­mico” in Iraq e Siria.

Nuove con­danne

Lo sforzo media­tico fatto da Neta­nyahu per sca­ri­care ogni respo­sa­bi­lità sugli isla­mi­sti – rad­dop­piato di fronte all’invito rivolto dall’ex pre­si­dente Usa Jimmy Car­ter al mondo di non boi­cot­tare ma di rico­no­scere Hamas — si scon­tra con la dram­ma­tica realtà di Gaza e non con­vince gli orga­ni­smi uma­ni­tari inter­na­zio­nali. Nuove con­danne sono giunte ieri dall’Assemblea gene­rale dell’Onu dove hanno par­lato l’Alto Com­mis­sa­rio per i Diritti Umani Navi Pil­lay, il capo dell’ Unrwa, Pierre Kra­hen­bu­hel e l’inviato Onu in Medio oriente, Robert Serry. «Al 5 ago­sto, sono stati uccisi 1.350 civili pale­sti­nesi, di cui oltre 400 bam­bini», ha con­fer­mato Pil­lay.

La tre­gua sta facendo emer­gere in tutta la sua gra­vità il qua­dro dei danni che le infra­strut­ture e le abi­ta­zioni civili di Gaza hanno subito in oltre tre set­ti­mane di raid aerei, can­no­neg­gia­nenti dal mare e tiri di arti­glie­ria, in par­ti­co­lare a Beit Hanun, Shu­jayea, Khu­zaa, Tuf­fah. Secondo i dati dif­fusi dalle Nazioni Unite, 10.690 abi­ta­zioni pale­sti­nesi sono state distrutte o hanno subito danni irre­pa­ra­bili. Altre 5.435 sono al momento ina­bi­li­ta­bili. Ciò vuol dire che 520mila pale­sti­nesi sono sfol­lati. Un milione e mezzo di per­sone, ossia quasi tutta la popo­la­zione di Gaza, non ha accesso o ha un accesso limi­tato all’acqua pota­bile. Manca anche l’elettricità. Quel poco di ener­gia ancora dispo­ni­bile dopo le can­no­nate che hanno fer­mato l’unica cen­trale elet­trica, per­mette una distri­bu­zione tra le 2 e 4 quat­tro ore al giorno.

A set­tem­bre i pale­sti­nesi con­tano di rac­co­gliere dona­zioni per 6 miliardi di dol­lari. Spe­rano nella gene­ro­sità (pelosa) nelle petro­mo­nar­chie arabe. Qual­cuno ricorda che nel 2009, al ter­mine dell’operazione israe­liana «Piombo fuso», ai pale­sti­nesi furono garan­titi 5 miliardi di dol­lari ma solo una parte dei fondi pro­messi rag­giun­sero effet­ti­va­mente Gaza per­ché a gover­narla era Hamas. Israele e altri paesi riu­sci­rono a con­ge­lare le dona­zioni con la moti­va­zione che quei fondi avreb­bero potuto finan­ziare il «terrorismo».

Adesso c’è un unico governo, tec­nico e di con­senso nazio­nale, in Cisgior­da­nia e Gaza, eppure restano deboli le pos­si­bi­lità che i pale­sti­nesi pos­sano otte­nere, rice­vere e usare libe­ra­mente i finan­zia­menti per la ricostruzione.

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