Il PD e la politica dei volti nuovi
La settimana scorsa due apicali del Pd umbro, il Segretario regionale e quello cittadino, hanno tenuto una conferenza stampa di riflessione sulla sconfitta di Perugia. Nelle foto postate sui social network e distribuite ai media erano ritratti insieme ad altre tre persone, un uomo e due donne. Chi? La domanda, come si dice, è sorta spontanea poiché i due segretari sono relativamente noti al pubblico che segue la politica, mentre gli altri tre nessuno li ha mai visti. Chi, dunque? Sono i “volti nuovi” del Pd perugino; un professore universitario, una imprenditrice e una ricercatrice. E’ stato spiegato che saranno inseriti da subito nella segreteria comunale. Sono le avanguardie di quella “società civile a cui il Pd si aprirà, senza retropensieri, per il bene di Perugia”. Quel “retropensieri” piazzato così, richiama invece che scacciare, il pensiero, appunto, di un loro futuro impegno elettorale. Ma, in ogni caso, candidatura o meno, il resto chi l’ha deciso? Chissà se questa domanda è stata formulata nella conferenza stampa; di sicuro aleggia tra gli elettori e iscritti perugini del Pd, specialmente i secondi i quali, pagando una tessera, se non ambire ad essere loro stessi a designare i propri rappresentanti, magari in un Congresso straordinario vista l’entità della disfatta, hanno almeno il diritto di conoscerli anticipatamente, sapere chi sono, quale attività hanno svolto e meriti politici acquisito.
C’è da scommettere che la risposta a quella domanda avrebbe rimandato alle leggi, ineludibili, della modernità, che costringono la politica ad inseguire le modalità degli eventi di intrattenimento. In effetti, prendendo ad esempio i concorsi canori, al Festival di Castrocaro (chissà se c’è ancora!) funzionava proprio così: conferenza stampa del patron e del presentatore, con accanto altre persone. Chi? Le voci nuove della canzone italiana.
C’è stato un tempo nel quale il personale politico, rappresentante di un organismo collettivo come un partito, era il prodotto di una accurata selezione collegiale e di una lunga gavetta, nella quale aveva avuto modo di sperimentarsi e dimostrare il proprio valore. Anche nei non rari momenti di svolta, nei quali era necessario introdurre repentine novità ed elementi “esterni”, esse si muovevano in genere nell’orbitadi indirizzi preventivamente concordati,anticipati e condivisi.Ma, in questo caso, i due giovani dirigenti del Pd vanno sgravati, perché è la politica “leggera” di oggi che, dietro il mantra della novità e dell’apertura, esalta uno dei vizi peggiori: la cooptazione.
Ad essi va del resto riconosciuto il merito di aver mosso da un giusto presupposto, ponendo la questione di un drastico cambiamento del Pd perugino. Ma il punto di discussione ora è quello di quale sia la direzione giusta da seguire. Il Pd ha perso Perugia perché c’è stato, come dire?, un “eccesso” di partito? E quindi la prospettiva da seguire è quella di un ridimensionamento, un “ritiro”, fino quasi alla sua scomparsa? O, cosa che poi è equivalente, di una funzione del partito (non è questa l’essenza del “renzismo”?) concepita come puro supporto del governo? Ci sarebbe da sorridere a guardarsi indietro e vedere gli sforzi fatti per sottrarre i partiti alla gestione del potere, causa principale della corruzione.
L’impressione inequivoca, guardando i dati elettorali, è che a Perugia il centro sinistra ha perso perché una parte del suo elettorato ha smarrito i motivi della differenza tra la sinistra e la destra. Questa omologazione di giudizio è stata principalmente causata dalle scelte amministrative e politiche e da come è stato detenuto, in capo alle istituzioni, un sistema di potere insofferente e arrogante. Forse da qui, piuttosto che dalla liquidazione di un’organizzazione politica che va certo riformata, bisognerebbe partire per una saggia riflessione.
Leonardo Caponi




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