di Romina Velchi

Contrordine compagni. I parlamentari Cinque Stelle è giusto che ricevano uno stipendio da seimila euro senza che debbano rendicontare alcunché con scontrini, ricevute, fatture. L'importante «è essere presenti in parlamento, fare il proprio lavoro onestamente e in modo trasparente». Parola di Beppe Grillo (che però smentisce: la fonte è Repubblica). Il cui slogan in campagna elettorale era tutt'altro: 2.500 euro al mese. Ai quali va però sommata la diaria (che è di 3.500 euro mensili), alla quale i grillini non hanno mai detto di voler rinunciare: il totale fa appunto seimila (dunque, sembrerebbe aver ragione il quotidiano di Ezio Mauro). Inoltre, avevano promesso di rendicontare tutto, pure le caramelle.

Il problema nasce dal fatto che i parlamentari grillini dovranno decidere cosa fare entro il 27 di questo mese, quando gli onorevoli-cittadini riceveranno il primo stipendio. La domanda, per esempio, è: se le spese effettivamente sostenute non raggiungono i 3.500, che si fa? Si restituisce la parte eccedente? Così come resta da decidere la modalità con cui autoridursi lo stipendio base (da cinquemila a duemilacinquecento, come promesso) senza rimetterci: quei soldi risulterebbero comunque in busta paga che dunque sarebbe “gonfiata” agli occhi del fisco.

Resta l'opinione del leader, che naturalmente, avrà un peso: lavorate e fatevi vedere in parlamento; insomma, meritatevi quei soldi. E in effetti, è tutta grillina la battaglia affinché le Commissioni parlamentari di Camera e Senato siano messe in condizione di lavorare. Sulla carta non ci sarebbe nessun ostacolo: né la Costituzione, né i regolamenti parlamentari prevedono che prima di costituire le Commissioni sia necessario formare il governo. E' solo una prassi consolidata aspettare il nuovo esecutivo per distribuire gli incarichi (presidente, vice, commissari) tra maggioranza e opposizione. E' anche vero, però, che non è un dettaglio, perché nelle Commissioni si svolge un lavoro preparatorio fondamentale ed è lì che spesso si fanno i giochi, cioè si prendono le decisioni finali che poi l'Aula soltanto ratifica.

Resta che dalle elezioni è passato un mese e mezzo senza che ci sia neanche l'ombra di un governo: tutto rinviato a dopo l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, che ragionevolmente non avverrà prima di maggio. Così, i Cinquestelle hanno annunciato una campagna di "occupazione" delle aule parlamentari al termine di ogni seduta per protestare contro il mancato avvio delle Commissioni.

Anche sul fronte delle iniziative parlamentari, il M5S coglie di sorpresa (specie a sinistra): sono pronti, infatti, tre disegni di legge sui diritti civili che vanno oltre persino la proposta politica del Pd. Il principale riguarda le «modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate dallo stesso sesso». Il M5S vuole introdurre l’articolo 91, che riconosce il “matrimonio egualitario”, non più solo tra uomo e donna, ma anche tra persone dello stesso sesso, come già avviene in Paesi come Spagna, Portogallo, Olanda, Belgio.

I figli di un “coniuge” (termine che sostituirebbe sempre i classici “marito e moglie”) saranno riconosciuti come figli dell’altro coniuge «anche quando il concepimento avviene mediante il ricorso a tecniche di riproduzione medicalmente assistita, inclusa la maternità surrogata».

Il programma del M5sS non citava i diritti civili tra le sue priorità, eppure sono questi i primi atti legislativi proposti a Palazzo Madama. Gli altri due disegni di legge riguardano il contrasto all’omofobia e alla transfobia, reati penali punibili fino a quattro anni di carceri, e le modificazioni di attribuzione di sesso. Ora bisogna vedere se l'iniziativa dei senatori grillini troverà l'appoggio della base o se saranno necessarie nuove consultazioni no line.

Fonte: liberazione.it

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