di Francesco Piccioni

Ci cominciamo a togliere il pane di bocca. Quando le voci da tagliare arrivano al cibo significa che lo spazio per arretrare, nelle condizioni di vita, si sta facendo minimo. E puntualmente l'Istat registra l'andamento della spesa degli italiani. Tutti i numeri sono preceduti dal segno meno, senza alcuna eccezione. A luglio la diminuzione «congiunturale» (sul mese precedente) sembra minima: -0,2%. Ma la media del trimestre maggio-luglio è già più evidente: -1.
Fin qui si potrebbe pensare che gli accorti consumatori stiano solo razionalizzando meglio i loro acquisti, limando l'inessenziale. Non è così. Se si confronta infatti il livello del luglio di quest'anno con quello del 2011 si vede una «buco» del 3.2%, che racchiude il -3,8% dei prodotti non alimentari e il -2 del «cibo». Si stringe davvero la cinghia, insomma.

 

La differenziazione interna alle merci non alimentari è davvero indicativa. Spendiamo meno per ogni tipo di prodotto, con tagli drastici su «sport, giochi, giocattoli e campeggio» (-5,6%) e su «mobili, tessile, arredamento» (-5,2). Anche «elettrodomestici, radio, tv e registratori» segnano perdite importanti (-3), così come - ahinoi - «libri, giornali e riviste» (-3,4); solo il lusso (gioiellerie e orologi) tiene un po' meglio: -1%.
Anche i dati disaggregati per tipo punto vendita rivelano tendenze chiare. L'arretramento è generale. Più marcato, comprensibilmente, per i negozi (che non possono giovarsi di economie di scala: -3,6% in un anno). Ma anche i grandi soffrono: gli ipermercati perdono il 3,1%, i «super» soltanto l'1,1, mentre chiudono quasi pari i discount (-0,1). Sembra quasi di vedersi, al momento di uscire per la spesa, nel soppesare i pro e i contro di ogni centro comerciale: distanza (cioè benzina), offerte, prezzi medi. Il fatto che i discount reggano meglio dà la misura matematica di quale «valore» (tra prezzo e qualità) finisca per imporsi.

 

Nemmeno la differenza tra centri distributivi specializzati e non restituisce variazioni significative. Quelli a «prevalenza alimentare» hanno perso relativamente meno (l'1,7), mentre le catene specializzate (dai mobili all'elettronica, ecc) hanno lasciato sul campo il 3,9. Anche questi numeri, dunque, confermano la reazione più ovvia dei consumatori davanti alla riduzione del reddito e all'aumento dei prezzi: eliminare il superfluo, rinviare le spese «importanti», privilegiare la riparazione rispetto al nuovo acquisto. Del resto, basta vedere la quantità di persone che affollano i «mercatini» in ogni stagione e in ogni aggregato urbano per capire come - dall'abbigliamento all'oggettistica - buona parte delle possibilità di spesa vengano ormai dirottate verso l'usato. In una certa misura, dunque, verso il sommerso o l'economia informale.

 

Si possono leggere questi dati come una sorta di «giusta punizione» per un paese con «bassa produttività», che «cresce quanto lo Zimbabwe» (quanto razzismo dentro la penna del giornalista «democratico»...), oppure come il manifestarsi pieno delle crisi globale in un paese che ha delocalizzato molto e stolidamente privatizzato tutti i settori strategici, affidandoli a «imprenditori» che si sono affrettati a farne «spezzatino» e scappare con le plusvalenze.
In ogni caso, siamo tornati ai livelli di consumo di venti anni fa, pur avendo «obbedito» a tutte le varie ricette che sono state fin qui autorevolmente proposte (dall'Europa come da Confindustria). Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Si chiama «deflazione interna», si vive come impoverimento.

Fonte: il manifesto

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