di Norberto Patrignani, Computer Ethics-Politecnico di Torino

Stiamo vivendo un momento di transizione che vede affiancarsi al mondo reale un mondo virtuale generato dalla rete. Uno dei fronti più critici di questa transizione è legato alla difficile convivenza tra le storiche istituzioni democratiche e i nuovi strumenti di partecipazione introdotti dalla tecnologie dell'informazione. L'attrito tra questi due aspetti richiede una attenta riflessione, ancor più fondamentale quando sono le istituzioni stesse ad avviare grandi progetti tecnologici come quello dell'Agenda Digitale italiana. Possono i nuovi strumenti essere sviluppati insieme alla società? Quali valori condivisi dobbiamo tenere presente quando avviamo grandi progetti come quello dell'Agenda Digitale in Italia?

Un primo contributo viene da un recente rapporto della EU Commission con la definizione di innovazione responsabile: "... Responsible Research and Innovation is a transparent, interactive process by which societal actors and innovators become mutually responsive to each other with a view on the (ethical) acceptability, sustainability and societal desirability of the innovation process ..." (Von Schomberg, 2011). I tre aspetti della definizione sono molto importanti: una innovazione è sviluppata in modo responsabile quando è socialmente desiderabile, ambientalmente sostenibile ed eticamente accettabile; ma ancor più interessante è il processo attraverso il quale una innovazione responsabile va sviluppata: un processo trasparente e interattivo tra "social actors" e "innovators". 

Per evitare i rischi (spreco di risorse, scarso uso o addirittura rifiuto della tecnologia proposta, etc.) dei classici approcci tipo "techonology push", questo dialogo tra attori sociali e innovatori diventa cruciale. Infatti permette di incorporare dei valori condivisi fin dalle prime fasi del progetto stesso, di sviluppare una tecnologia molto avanzata e di contestualizzarla. Per un progetto come l'Agenda Digitale italiana, di importanza strategica per il nostro paese, emerge ancora di più la necessità del coinvolgimento della società civile nella fase di definizione del progetto stesso. Anzi, dovrebbe rappresentare un caso esemplare del cosiddetto Participatory Design. In questo dialogo vi sono molteplici aspetti da affrontare e tra i più importanti vi è sicuramente quello dell'accessibilità della tecnologia.

Il divario digitale spesso si concentra sulla diversa disponibilità tecnologica (computer e reti) ma questo non è l'unico aspetto da riequilibrare. Strettamente legati ad esso vi sono anche altri aspetti altrettanto importanti come le barriere sociali, economiche, culturali e sensoriali che impediscono l'accesso alla rete (Di Guardo et al., 2010). Sugli aspetti tecnologici sono sicuramente da affrontare le disuguaglianze sulla infrastruttura di connessione, la distribuzione dei punti di accesso alla rete (es. router Internet per unità di superficie o per numero di abitanti, inclusi gli accessi wireless) e la velocità di trasmissione fornita. Molto importante, sempre a livello tecnologico, è la presenza di servizi di supporto (es. quante aziende ICT in grado di fornire servizi di assistenza e supporto sono presenti sul territorio interessato?).

La semplice disponibilità dell'infrastruttura però non basta: è essenziale un buon livello di educazione digitale (es. quanti istituti, università, etc. in grado di fornire una adeguata preparazione informatica sono presenti sul territorio?). Le istituzione locali potrebbero offrire dei punti di riferimento (es. le biblioteche comunali) per fornire corsi di alfabetizzazione informatica, accesso gratuito alla rete (quello del costo dei computer e della connessione è ovviamente una delle barriere più evidenti), veri e propri community center. Sul fronte delle barriere: mentre nel mondo fisico l'abbattimento delle barriere architettoniche ha rappresentato un grande segno di civiltà, nel mondo virtuale l'abbattimento delle barriere sensoriali purtroppo è ancora un tema apertissimo. Quanti dispositivi permettono di configurare l'interfaccia in modo personalizzato con le cosiddette tecnologie adattative o multimodali? Quanti siti Web sono realmente accessibili (es. secondo gli standard internazionali del W3C/WAI)?. Garantire l'accessibilità a persone con disabilità, alle persone anziane è una delle priorità a livello europeo (eInclusion, 2013) e rappresenta una delle sfide maggiori per il futuro.

Una volta abbattute le barriere tecnologiche, sociali, culturali, economiche e sensoriali (know-how) si entra nel merito dei servizi disponibili (know-what). L'accesso ai vari servizi pubblici in modalità multicanale è ormai essenziale (andando nell'ufficio preposto, telefonando, usando la mail o il Web, etc.). Il canale elettronico si sta dimostrando uno dei più efficienti per molte attività quotidiane e, potenzialmente, una delle modalità per migliorare la partecipazione, per prendere decisioni collettive, uno spazio dove poter sostenere le proprie posizioni e confrontarle con quelle degli altri, per approfondire questioni controverse (non solo per fare sondaggi o per votare), comunità virtuali in grado di sperimentare la cosiddetta e-democracy (De Cindio, 2008). Trovare il giusto equilibrio tra comunità virtuali e istituzioni reali è una delle ulteriori sfide che la transizione che stiamo vivendo ci pone (Patrignani, 2013).

In questa direzione l'hardware, la rete e il software incorporeranno sempre di più la "norma" (Lessig, 2006) e costituiranno la nuova infrastruttura critica per la società del futuro. Si porranno allora almeno due grandi questioni da affrontare nel il dialogo tra social actors e innovators: l'affidabilità e la trasparenza. Sarà inevitabile allora porre la questione del software libero: se la norma per definizione deve essere democraticamente definita, aperta e pubblicamente accessibile, quando la norma è incorporata nel codice anche il codice deve essere aperto. Molte istituzioni nel mondo stanno adottando il software libero, non solo per motivi economici (es. per dare un nuovo impulso all'industria locale del software), ma anche per avere un controllo più democratico e trasparente sul formato dei dati e sulle regole incorporate nel software (Estremadura, 2009).

La cittadinanza digitale prossima ventura probabilmente richiederà non solo l'accessibilità alla banda larga (es. come diritto riconosciuto legalmente come ha fatto la Finlandia: 100 Mbps entro il 2015) (Johnson, 2009), ma anche la conoscenza dei codici digitali (es. insegnando a programmare fin dalla scuola primaria come in Estonia) (Tigerleap, 2013), fino ad arrivare ad un uso socialmente responsabile delle tecnologie dell'informazione (digital wisdom). La cittadinanza digitale richiede una fusione tra tecnologia e società per favorire l'etica pubblica, il bene comune.

Fonte: agendadigitale.eu

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