di Isabella Rossi*
PERUGIA - Vasco Cajarelli segretario regionale della Cgil Umbria ed esponente dell’area programmatica “La Cgil che vogliamo” lancia il suo j’accuse a pochi giorni dalla bocciatura in consiglio regionale della mozione del Prc che chiedeva l’apertura di una vertenza Umbria con il governo Monti. E “ce n’è per tutti”. Un’intervista a ridosso della spending review che si abbatte sull’Umbria “con un colpo di mannaia da circa 190 milioni di euro di tagli in tre anni”, a fronte di una crisi che ha colpito più duramente che altrove l’economia regionale. Ne è termometro non soltanto l’incalzante bollettino di crisi aziendali alle quali seguono inesorabili perdite di posti di lavoro. All’Umbria compete di recente anche il triste primato italiano per l'aumento della cassaintegrazione ordinaria. Nel primo trimestre del 2012, rispetto all'anno precedente, è aumentata del 112%, contro un aumento medio nazionale pari al 21,79%. E dei 31.825 lavoratori interessati nella regione da tale misura, ben 15.912 sono i cassaintegrati a zero ore. E’ di questi giorni anche l’allarme sui rischi di uno rapido sgretolamento della coesione sociale, lanciato dal segretario generale Cgil Umbria, Mario Bravi. Questioni aperte sulle quali Vasco Cajarelli è deciso a dire la sua.
Segretario quali errori si stanno commettendo in Umbria secondo lei?
V.C.: “Noi continuiamo a gestire la crisi come fine al 2007. Ma siamo in una situazione straordinaria e occorrono misure straordinarie. Il tavolo Alleanza per l’Umbria, come si è visto, non è sufficiente. Bisogna ripartire da un tavolo di crisi permanente che coinvolga tutti i soggetti interessati, comprese le associazioni datoriali e bancarie. Ci sono state crisi aziendali che potevano essere gestite e risolte. Penso alle Grafiche Benucci, alla Grifo Cornici. E a Faber che ha avuto premi di risultato al massimo e dove ora, di fatto, si sta gestendo la chiusura.”.
Cosa l’ha impedito?
V.C.: “Il problema è stato il rapporto con il credito. Si tratta di aziende sottocapitalizzate, come storicamente sono gran parte delle aziende umbre. Tranne qualche eccezione. Ci dovrebbe essere per ogni singolo caso un tavolo d’interesse che permetta di fare un’analisi del credito chiamando in causa la Regione, con Sviluppumbria e Gepafin, la Provincia, l’Inps, le associazioni datoriali e bancarie, oltre al sindacato”.
L’accusa di gestire la crisi in maniera anacronistica non risparmia, quindi, il sindacato…
V.C.: “Sì, anche noi dobbiamo fare di più. Penso ad uno sciopero generale dell’Umbria con Cgil, Cisl e Uil con una manifestazione sotto ai ministeri. Occorre aprire una vertenza con il governo Monti e rilanciare Merloni ed il Polo chimico come questioni nazionali. Visti i numeri e le ricadute, anche a livello nazionale, è impensabile ed insensato che la crisi di tali realtà venga gestita come una questione locale. E’ un grave errore come quello di trascurare le difficoltà infrastrutturali umbre. Dalla Orte-Falconara, al Quadrilatero Perugia-Ancona fino al Nodo di Perugia (per il quale non sono stati confermati finanziamenti, ndr).
In che misura è a rischio la coesione sociale?
V.C.: “Cresce in maniera tangibile rabbia e malcontento tra lavoratori e cassaintegrati. Dopo il sindacato è la Regione ad essere chiamata in causa. Le istituzioni devono fornire ora risposte adeguate perché in Umbria il declino industriale e produttivo è un processo già in atto ed il commercio è colpito da sempre più frequenti chiusure che non riguardano solo singoli esercizi ma intere catene. Anche l’artigianato sta soffrendo drammaticamente la crisi. E la metà dei cassaintegrati umbri sono da considerare esuberi, non hanno possibilità di rientrare nei posti di lavoro, sono di fatto fuori dal ciclo produttivo. Alla Merloni alla fine dell’accordo rientreranno in 300 su 1200 lavoratori. In Sardegna lo sciopero generale ha dato un forte segnale al governo. Mi chiedo che altro si stia aspettando per reagire anche in Umbria?”
*da il Corriere dell'Umbria
 

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