di Sandro Roazzi

Passa quasi nel silenzio la situazione delle costruzioni che, secondo l’Istat, a novembre vede la produzione di settore in aumento del 2% su ottobre, ma in flessione del 2,3% sullo stesso mese del 2015. Senza contare che l’ultimo trimestre è dato in calo dell’1,8% sul precedente. In parole povere il settore è ben lungi dal riappropriarsi di quel ruolo di volano che per lunghi anni ha svolto egregiamente ed ha fornito spazi per contenere la disoccupazione e creare viceversa nuove occasioni di lavoro.

Il fermo insomma prosegue ma, a differenza di quello per la...pesca, non sembra favorire un...ripopolamento di iniziative. Eppure i margini per rilanciare il settore ci sarebbero, basti pensare a quella priorità che è costituita dalla esigenza di rimettere in sicurezza il Paese, le cui fragilità sono purtroppo sotto gli occhi di tutti. Opportunamente Renzo Piano ricorda che serve un profondo e deciso cambio di mentalità con l’abbandono della cultura della...opinione per tornare a quella dei progetti, per dedicare più attenzione all’evoluzione tecnologica che permette interventi senza sradicare le persone dal loro habitat, garantendo un futuro meno incerto. Ma sembra restare una voce nel deserto.

Il guaio è che noi sembriamo essere diventati un Paese condannato ad inseguire gli eventi, manifestando magari nel momento più tragico una grande abnegazione e tanta generosità, ma che talvolta non possono altro che far aumentare i rimpianti per quel che si poteva evitare. Da noi, invece, prevale lo spirito polemico che non serve in quanto anche l’aver appurato disguidi, errori e ritardi non riesce mai a produrre cambiamenti sostanziali sul modo con cui si affronta come sistema Paese il problema delle calamità. Lo stesso intervento della magistratura si perde nel tempo e comunque non è dalle inchieste giudiziarie che possono nascere svolte che sono e restano essenzialmente culturali e politiche.

Resta il fatto che ormai da anni si levano voci per chiedere piani pluriennali che nessun Governo e nessun partito sembra aver mai preso davvero sul serio. E questa sta diventando una responsabilità che interroga ormai un’intera classe dirigente. Eppure anche l’ Europa, di fronte ad una chiara e seria volontà di agire in modo progettuale, non potrebbe far mancare una disponibilità. Ma per ora ogni buona intenzione resta senza risposta. Sarebbe davvero esiziale giungere alla conclusione che il nostro è destinato ad essere un Paese ‘disgraziato’, senza alternative se non quella di sperare di piangere meno vittime possibile. Sarebbe una resa inaccettabile. Oltre che un danno economico e sociale di grave segno autolesionista.

A questo punto, superati i terribili momenti di questo drammatico frangente, una decisa inversione di marcia rispetto al modo attuale di procedere dovrebbe diventare un’emergenza non differibile. Ma non può mancare una spinta sociale forte e propositiva. Altrimenti si continuerà ad inseguire.

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